Culture Matriarcali di Pace–Articolo di Luciana Percovich

Questo articolo è stato scritto da Luciana Percovich per introdurre il Convegno “Culture Indigene di Pace. Donne e Uomini Oltre Il Conflitto”.
Noi, oggi.

Abbiamo tutte e tutti bisogno di ritrovare il senso di connessione, della relazione che ci tiene insieme, tra umani, animali, piante e rocce. Un bisogno proprio della materia vivente e insieme profondamente umano, che il pensiero della trascendenza, sia filosofica che religiosa, ha spezzato dentro ciascuna/o di noi.
E’ l’auto-consapevolezza, la coscienza, sviluppata dalla specie umana (il mito di creazione giapponese di Fusji, per esempio, narra come fu “la prima donna del mondo che portò la coscienza della loro esistenza a quanti vivevano sulla terra, governando dall’alto della sua montagna di fuoco”….), che ha posto fin dagli inizi di ogni cultura una domanda di senso al nostro esistere, sia come individui che come specie.

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Questo bisogno, che si presenta contemporaneamente come domanda di senso e di connessione, quando non ascoltato, esplode in alienazione e violenza. Gli ultimi 5000 anni di storia del pianeta lo mostrano ampiamente.
Abbiamo tutte e tutti bisogno di ritrovare (nel senso di elaborare insieme, ancora una volta, un sentire culturalmente condiviso e adeguato all’attuale fase della storia dell’umanità) la bellezza, la gioia e l’integrità dei nostri corpi e dei nostri sentimenti nella relazione con i nostri simili e con l’ambiente che ci sostiene.
Per fare ciò dobbiamo riscoprire il senso del sacro nelle nostre azioni quotidiane e nei nostri corpi-mente. Corpi sessuati, al femminile e al maschile. E per sacro intendo la consapevolezza e l’intenzione di partecipare al processo della creazione in ogni momento e con ogni scelta della nostra vita.
Abbiamo bisogno, di fronte alla mancanza di spessore delle nostre esistenze ridotte sempre di più al ruolo di consumatori/clienti di un presente divorante, di conoscere le nostre radici, quelle che ci tengono ancorate/i alla terra e all’anima, radici che affondano nella continuità temporale con l’umanità vissuta prima di noi e con quella che verrà dopo di noi e nella contiguità geografica con i popoli che abitano altri luoghi del pianeta. Essere senza radici equivale a essere come fiori recisi posti in un contenitore artificiale – qual è la nostra civiltà contemporanea, e rende breve l’esistenza, degli individui come della specie. Che più aumenta di numero più appassisce rapidamente, man mano che le ultime forme di civiltà diverse dalla nostra vengono contagiate e inglobate nello stereotipo del consumatore di merci di ogni tipo e senza qualità e sostanza.
Intrappolate/i in questo contenitore artificiale e privi della coscienza di esserlo, abbiamo guardato la storia del passato e delle civiltà altre dalla nostra con la convinzione che la storia dell’umanità si sia mossa da un passato indistinto ai magnifici esiti tecnologici del presente, seguendo un’ideale linea retta chiamata Sviluppo delle Civiltà. Secondo questa visione, l’Uomo ha via via creato modelli di aggregazione sempre “migliori”, da quelli piccoli come la famiglia a quelli spropositatamente grandi come le entità multi o sovra nazionali, auto-organizzandosi secondo una “naturale” struttura gerarchica, spietata e immodificabile, quasi fosse la forma iscritta nelle cellule della materia vivente. Anche il mondo animale e vegetale, o quello delle molecole che costituiscono i mattoni della vita, si è tentato a lungo di leggerli come funzionanti in base a questa unica legge universale. Modello unico di civiltà, modello unico di funzionamento del pensiero, modello unico di leggi fisiche e biologiche. Universale.
Questo letale presupposto implicito della civiltà occidentale, sviluppatosi a partire dall’invenzione dei sistemi filosofici greci e potenziato dall’invenzione del sistema religioso monoteista, e mai messo in discussione fino in fondo da grandi numeri di teste pensanti – anche se “minoranze cognitive” sono sempre esistite all’interno di ogni cultura dominante – tenta ostinatamente da qualche millennio di non vedere, minimizzare, cancellare, espellere, ridicolizzare ogni altra forma di espressione di sistemi di civiltà. Sistemi complessi, sopravissuti nella misura in cui riuscivano a sfuggire alla distruzione portata dal dilagare del virus dell’universalismo androcentrico, che possiamo cominciare a studiare cogliendone non solo l’esistenza ma l’intelligenza. Con il nome di Culture Indigene di Pace intendiamo riferirci a queste, evidenziandone l’aspetto più antagonista – di pace appunto – alla nostra civiltà basata sul dominio e sulla guerra, come soluzione dei conflitti e motore economico di fondo.

Le Culture Indigene di Pace.

Che si tratti di grandi culture, nonostante siano piccoli i numeri delle persone che le esprimono, tuttavia non è ancora per niente scontato. Che beni materiali hanno prodotto? Chi comanda? Già queste due sole domande, centrali nei sistemi di dominio androcratici, non trovano una risposta semplice e immediata, confermando agli occhi degli scettici il dubbio che siano davvero “evoluti” quelli che le praticano.
Che siano indigene è intuitivamente più facile da comprendere, poiché si tratta di gruppi o talvolta di popoli etichettati come “minoranze”, sopravvissute in enclaves o ai margini della civiltà occidentale bianca. Minoranze che sono spesso di colore, che ancora si vestono a modo loro, che vivono “in povertà”, a basso livello tecnologico e non sono quotate in borsa; per lo più vengono considerate luoghi buoni da sfruttare magari per passarci qualche giorno di vacanza, in luoghi remoti lontani dalle rotte più praticate: in questo modo attualmente sono diventate più che mai a rischio per questo nuovo abito che il colonialismo ha indossato, dopo le armi e la conversione forzata, ossia il turismo di massa.
Che siano “di pace” è invece una stranezza: come faranno a risolvere i conflitti tra gruppi/interessi diversi e/o tra individui senza l’uso delle armi?
E quando le si guarda più da vicino, una stranezza ancora maggiore diventa evidente: le donne in queste culture hanno un ruolo centrale, sono potenti e autorevoli, e fin dalla notte dei tempi si può tracciare il filo che connette le antenate mitiche alle antenate/nonne di oggi in carne ed ossa.
Dunque si tratta di Matriarcati, come già nell’800 balzò evidente!! Che orrore, che aberrazione agli occhi dei maschi alfa e delle loro femmine! Perché si sa che le Matriarche sono femmine tiranne, una sorta di fenomeni da circo come le donne cannone e le femmine barbute; e che gli uomini, se c’è una Matriarca, vivono imprigionati e diventano creature succubi, evirati, grotteschi. Così la tentazione di lasciar perdere si riaffaccia: non c’è bisogno di soffermarsi oltre a cercare di vedere come veramente funzionano, queste culture indigene di pace di stampo matrifocale, e come hanno fatto a passare indenni o quasi attraverso secoli di trabocchetti e tentativi di acculturazione. E se poi, oltre che esercitare il “potere” temporale nella famiglia e nella più ampia comunità sociale, le donne sono (o sono state) anche venerate come Dee (è il caso delle grandi civiltà del passato prepatriarcale, dove le donne erano sacerdotesse, medici, conoscevano la scrittura e favorivano le invenzioni, le abilità artigianali e artistiche), beh, allora i fantasmi mostruosamente potenti di divoramento e di schiavitù entrano in campo e bloccano la mente. Guai sommare la potenza delle forze naturali a quelle femminili umane!
Paradossalmente, forse è stato proprio questo orrore delle civiltà dominanti che ha contribuito involontariamente a preservarle, qua e là a varie latitudini, isolate le une dalle altre, sospettose dello sguardo esterno.
Ma queste enclaves non dovrebbero essere considerate come bizzarrie geografiche, sarebbe più corretto vedere in esse sopravvivenze di un sistema di parentele, di organizzazione sociale e di immaginario religioso attraverso cui è passata tutta l’umanità prima di affacciarsi alla “Storia”.

I Matriarcati.

Vale la pena a questo punto ricordare lo studioso che per antonomasia si associa alla parola Matriarcato, J. Bachofen che, nel pieno del secolo positivista ed evoluzionista, ne riconobbe l’esistenza ma le interpretò con gli strumenti concettuali della sua cultura. Secondo Bachofen, infatti, la fase storica del matriarcato rappresenta un periodo di transizione da un’epoca precedente totalmente sregolata, primitiva e promiscua per quanto riguarda sesso e parentele, cui attribuisce il merito di inventare la Legge (il Diritto Materno) e destinata tuttavia a cedere il posto al patriarcato, che rappresenta nella storia dell’evoluzione umana la Nascita della Civiltà, ispirata ai superiori principi uranici, che segnarono l’abbandono dell’Oscurità, l’uscita dal primordiale Abisso caotico dell’Origine.
L’attuale linea d’interpretazione delle culture matriarcali, sia del lontano passato che del presente, di cui la filosofa tedesca H. G. Abendroth è la più nota esponente, sostiene invece la lettura del matriarcato come “all’Inizio (archè) le Madri”, un’epoca di ineguagliato equilibrio sociale e di polarità non ancora in opposizione ma in armonica relazione (femmina e maschio, umano e naturale, ecc.).

Heide Goettner-Abendroth e Bernard Arnold

Heide Goettner-Abendroth e Bernard Arnold

Sono stati organizzati alcuni convegni Internazionali di studi sui matriarcati, il primo nel Lussemburgo nel 2000, il secondo nel Texas, nel 2005, un terzo più recentemente a San Gallo, in Svizzera, cui hanno partecipato oltre che studiose e studiosi occidentali anche esponenti di alcune comunità matriarcali o matrifocali tuttora esistenti nei vari continenti. E grandi sono state la loro sorpresa e commozione nello scoprire l’esistenza reciproca fino a quel punto ignorata. Uno degli studi più esaustivi sulle società matriarcali è quello condotto dall’antropologa statunitense Peggy Reeves Sanday tra gli anni ’80 e ‘90 in una delle più grosse comunità matriarcali contemporanee, quella del popolo indonesiano dei Minangkabau (tre milioni di abitanti in un paese a ordinamento politico occidentale e di religione islamica). Francesca Rosati Freeman invece da sette anni si occupa dei Moso, conosciuti anche come Na, con una ricerca ancora in corso. Tra le ospiti di questo convegno avremo anche due rappresentanti di questa cultura di circa 40.000 persone che vivono nella Cina orientale, ai confine con il Tibet.

Ake Dama, Francesca Freeman, Federica Carmana, Najin Lacong, Morena Luciani

Ake Dama, Francesca Freeman, Federica Carmana, Najin Lacong, Morena Luciani Russo

Come funziona una società matrifocale.

Come si vive in un contesto familiare e sociale di stampo matrifocale/matriarcale? Le società matriarcali, matrifocali o matrilineari hanno alla loro base dei clan o famiglie allargate il cui centro è l’anziana della famiglia. Il culto delle antenate/i fornisce il lignaggio attraverso cui vengono tramandate e passate le appartenenze di parentela insieme con le conoscenze pratiche e simboliche che rendono possibile e stabile l’organizzazione della vita dentro e fuori la famiglia. Generalmente a questo tipo di organizzazione sociale corrisponde una condivisione o a volte una rotazione dei beni primari, come la terra, i campi, i boschi e l’acqua; i mezzi di produzione e/o le competenze tecniche proprie di ciascun clan vengono usati tenendo sempre in vista il mantenimento di un’armonica distribuzione della ricchezza. I grandi vantaggi di queste società, sinteticamente espressi e prendendo a paragone il nostro presente, consistono nel fatto che le figlie non sono costrette ad abbandonare la propria famiglia d’origine, non esistono problemi di gravidanze indesiderate, di figli illegittimi, di depressione post-partum perché bimbi e bimbe sono sempre bene accetti all’interno del clan e l’allevamento viene fatto oltre che dalle madri dalle sorelle e dalle nonne. Gli anziani sono curati e godono di grande rispetto. I maschi hanno prevalentemente il ruolo di ponte con l’esterno e la figura maschile per i bambini non è rappresentata dal padre biologico ma dai fratelli della madre. Presso alcune culture, l’uomo si reca nella casa della sua amata di notte (visiting husband)per tornare di giorno ai suoi ruoli ben riconosciuti nel proprio clan materno.
Quelle che oggi ci troviamo davanti, sono società che hanno dovuto man mano modificare qualcosa nei propri stili di vita, e gli aggiustamenti sono stati molteplici e diversi, ma quello che non è cambiato è il senso spiccato della comunità, sempre guidato dallo sforzo di evitare il crearsi di disuguaglianze troppo pericolose tra i vari clan. Quando sorgono delle contese, vengono affrontate attraverso la discussione e il raggiungimento di compromessi che non lascino mai una parte del tutto insoddisfatta: la soluzione trovata deve essere vantaggiosa per tutta la comunità e non solo fra gli individui o le famiglie che entrano in conflitto. L’economia è prevalentemente agricola e le armi non rientrano nelle produzioni locali. Gli episodi di violenza sono estremamente sporadici e sono affrontati facendo appello alla mediazione e alla saggezza di una persona pubblicamente ritenuta tale. Dunque, in queste culture sembra ben vivo quel senso di connessione e di gioia nelle relazioni di cui dicevo all’inizio.

Le società matrifocali del passato.

Nel passato remoto, ogni luogo della terra ha conosciuto una lunga, lunghissima fase matrifocale prima di essere travolto dal patriarcato, che ha inaugurato concezioni diametralmente opposte quali la proprietà privata, uno spiccato senso di individualismo, lo sviluppo abnorme dell’aggressività e dell’ego di ogni maschio, destinato a diventare una macchina da guerra per esercitare il dominio o mettersi al servizio del suo signore/padrone e scaricare la sua aggressività sul nemico, all’interno di un orizzonte economico e sociale basato sulla competizione e sullo sfruttamento, della terra come delle persone. E il bene primario, la donna che genera figli, è stata strappata e isolata dal cerchio delle donne del clan per finire, sola e priva delle sue radici e del suo lignaggio familiare di conoscenze pratiche e simboliche, a produrre figli per la discendenza maschile, portando solo il nome del padre. Tracce di civiltà matrifocali le troviamo nell’Europa Antica e in tutto il bacino del Mediterraneo, prima dell’arrivo dei popoli cosiddetti indo-europei, nell’India pre-vedica … ma non ha molto senso continuare con un elenco di luoghi geografici, dato che queste tracce sono presenti nei miti e nei culti religiosi in tutti i continenti. Piuttosto può essere utile un’indicazione temporale: il sopraggiungere dell’Età del Ferro, in datazioni diverse a seconda dei popoli, segna ovunque la fine di queste civiltà.

Il movimento del progresso.

Le culture di pace giunte fino a noi, così come le remote civiltà del neolitico ci mostrano forme di aggregazione millenarie che non hanno distrutto né l’ambiente né la mente, né i corpi né le anime delle persone. E sono in grado di mettere in moto una rottura nelle nostre capacità di visione, di progettazione, di rappresentazione simbolica. Di sostenere le lotte e le speranze delle ragazze e dei ragazzi che si stanno affacciando alla storia con la loro “indignazione” e che dovranno riparare ciò che le civiltà androcratiche hanno seriamente danneggiato, in primis la capacità di osare immaginare futuri possibili. Insieme co-creiamo la vita. Il sogno è il lievito delle nostre azioni. Per sognare creativamente occorre abbattere le barriere delle certezze uni-versali.
Tra cui l’idea di progresso, che va ridefinita, come anche il movimento per la Decrescita ha da tempo iniziato a fare. Il movimento che ci porta avanti, se non è malato di paure e rimozioni, non è lineare ma a spirale: si va avanti e poi si torna sui propri passi per osservare gli effetti prodotti dalle proprie azioni e correggere ciò che si è intoppato o trascurato o non previsto. Gli effetti secondari della crescita e dello sviluppo uni-direzionale e in-curante stanno bloccando proprio la possibilità di andare avanti. Tornando sui propri passi si coglie ciò che ogni cambiamento produce, si ripensa e rimodula il progetto tenendo conto di chi o che cosa ha subito un danno, e nel fare ciò si recupera l’energia e lo slancio propri del movimento a spirale, che è la principale modalità di movimento e di configurazione nel cosmo intero, dalle galassie al dna.
Le società egualitarie, le culture indigene di pace hanno sviluppato e praticato nel corso del tempo vari ed efficaci meccanismi di controllo e autoregolazione, basati sulle parentele, sulle alleanze, sulle regole e sui divieti condivisi, su immaginari condivisi, mettendo in atto strategie di compensazione e reciprocità. Che producono quello che potremmo definire un alto standard etico, che non ha bisogno del timore della retribuzione divina come meccanismo di controllo e contenimento, invenzione resasi necessaria dopo aver spezzato l’Ordine delle Madri. Che ha al suo fondamento la consapevolezza che non si sfugge alle leggi del piano fisico, che non lo si può combattere o alterare all’infinito, ma piuttosto assecondare armonizzandolo con i propri scopi. Sicché potremmo definire la fase patriarcale proprio come un tentativo, furioso e mal riuscito, di sfuggire alle regole di funzionamento della materia visibile e invisibile. Il bisogno di elaborare insieme, ancora una volta, un sentire culturalmente condiviso e adeguato all’attuale fase della storia dell’umanità non può eludere lo sforzo consapevole di vivere in sintonia con queste regole se intende modulare una nuova musica cosmica, come nel mito di creazione coreano di Mago, onorando il potere creativo di ciascuna e ciascuno nell’interazione collettiva: “Mago affidò la Musica cosmica femminile alle quattro nipoti femmine e la Musica cosmica maschile ai quattro nipoti maschi … le quattro coppie … furono posizionate ai quattro angoli del Paradiso di Mago. Ed esse costruirono i flauti e composero (nuova) musica”.

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Luciana Percovich con Joan Marler

Luciana Percovich con Joan Marler

Luciana Percovich, nata a Gorizia in una famiglia di origini austro-dalmate e laureata a Milano in Lingue e Letterature Straniere Moderne, ha fatto parte del Movimento delle donne dall’inizio degli anni Settanta, partecipando ai gruppi per una medicina delle donne, alla Libreria delle donne di Via Dogana, ai collettivi di Col di Lana e alla Libera Università delle donne di Milano. Ha diretto collane di saggistica e scritto su varie riviste occupandosi di medicina delle donne, scienza, antropologia, mitologia e spiritualità femminile. Attualmente cura la collana Le Civette/Saggi per l’editrice Venexia di Roma. Tra le sue pubblicazioni: La coscienza nel corpo. Donne, salute e medicina negli anni Settanta, Fondazione Badaracco-Franco Angeli, 2005; Oscure madri splendenti. Le radici del sacro e delle religioni, Venexia, 2007; Colei che dà la vita. Colei che dà la forma. Miti di creazione femminili, Venexia, 2009. Collabora con l’associazione Laima e nel 2014 ha curato il convegno “Marija Gimbutas. Vent’anni di Studi sulla Dea”.