Gamnu: Montagna, Dea, Madre del popolo Moso. Relazione di Francesca Rosati Freeman all’ultimo convegno

Torino, Convegno “I sentieri della Terra”, 18-20 marzo 2016.

Relazione e filmato

Revisione testo a cura di Cristina Spada

 

Gammu, montagna sacra del popolo matriarcale Moso. Foto di Francesca Rosati Freeman

Gammu, montagna sacra del popolo matriarcale Moso. Foto di Francesca Rosati Freeman

 

E’ la terza volta che partecipo come relatrice al Convegno culture indigene di pace e ringrazio Morena Luciani Russo e tutte le altre organizzatrici per darmi anche oggi la possibilità di parlarvi di un aspetto della cultura Moso che via via durante i miei molteplici soggiorni ho approfondito partecipando non solo alla quotidianità della vita della famiglia ospite ma partecipando anche a festività e cerimonie varie.

Quando la prima volta mi sono recata nel paese dei Moso non avrei mai immaginato quali e quanti orizzonti nuovi questo viaggio e tutti gli altri che ho fatto in seguito, mi avrebbero aperto.

Un aspetto che più mi ha marcato rispetto agli altri è quello del legame profondo che ho riscontrato fra le donne e la natura. Un aspetto che mi ha iniziato a un percorso per il quale sono ancora in cammino. Il sentire la natura come una divinità immanente e non trascendente e il sentire l’appartenenza ad essa, hanno risvegliato in me sensazioni mai provate prima come quella di avere delle radici sotto i miei piedi come le piante e gli alberi le hanno sotto la terra.
Che le donne siano biologicamente connesse ai cicli della terra era per me già evidente, ero a conoscenza del fatto che il nostro stesso ciclo avesse segnato l’inizio del tempo, sapevo che i primi calendari erano basati sui cicli mestruali e che la storia delle donne è legata alla storia di Madre Terra.
Ma vivere a contatto diretto con le donne Moso, con la loro cultura e le loro tradizioni, ha fatto rifiorire in me ricordi ormai cancellati dalla nostra memoria, ma sicuramente impressi nella nostra memoria cellulare, e mi ha fatto prendere consapevolezza di questo legame.

Ho vissuto  sulla mia pelle il legame ancestrale con la Madre Terra quello che dovrebbe farci sentire un tutt’uno con la natura e accomunare tutte le donne fra di loro.

Spesso quando presento il mio libro o il mio documentario e parlo della famiglia matrilineare cioè una famiglia in cui tutti i discendenti del lignaggio materno abitano insieme e durante tutta la loro esistenza mi sento dire da alcune donne: “Ah no, io con mia madre, mai”.
Penso che queste donne non abbiano ancora consapevolezza del fatto che gli uomini per emergere hanno dovuto svalorizzare il femminile. Le donne che non hanno ancora fatto un lavoro interiore per ritrovare in se stesse questo antico legame, spesso hanno integrato i valori patriarcali trasmettendo alle nuove generazioni di donne un’identità in cui queste ultime non si riconoscono. “Per contenderci l’approvazione dei padri abbiamo odiato le nostre madri ed è così che abbiamo perso il nostro legame con la Madre Terra” (Vicki Noble).

La cultura patriarcale ha relegato il ruolo materno ad una funzione riproduttiva e ha fatto del modello della madre sacrificale lo spettro da cui, legittimamente, le figlie della rivoluzione femminista si sono allontanate per conquistare autonomia e costruire nuovi modelli di identità femminile.

Ma tanto la mancanza di riconoscimento simbolico-culturale della relazione femminile, che l’idealizzazione del ruolo materno hanno oscurato i valori della cura e del rispetto dei viventi e della terra nutrice, che, storicamente, le donne hanno contribuito a mantenere in vita.

Purtroppo il maschilismo è riuscito a separare la cultura dalla natura ed è da questa separazione che è emerso l’ordine patriarcale, un ordine simbolico fondato sulla violenza nei confronti delle differenze tradotte in inferiorità e stabilendo il dominio dell’uomo sulla natura e sulla donna, non riconoscendo nell’una come nell’altra la sua propria origine, ma considerandole come sua proprietà.

Essere uomini ha dunque assunto il significato di dissociarsi dal femminile e da quello che esso rappresenta, cioè da tutti i valori considerati essenziali come la cura, il nutrimento, la condivisione, l’ascolto, l’individuare i bisogni dell’altro, la cooperazione, per sostituirli con la competizione e l’aggressività, con la violenza e la distruzione.

Attraverso le scoperte archeologiche e l’opera di Marijia Gimbutas, nell’epoca neolitica questo legame doveva essere molto forte, molti erano i culti della Madre Terra, delle divinità femminili, della fertilità e tutti i ritrovamenti ne sono la memoria, ma i fondamenti della nostra società attuale ci hanno allontanate da questo legame forte e profondo con la Madre Terra, la nostra Madre Universale.

La società patriarcale ci ha allontanate considerevolmente dal nostro sentire e dalla nostra intuizione che ci teneva in stretto contatto con l’universo e il culto alla madre terra è stato letteralmente sotterrato.

La mia ricerca va nella direzione di esplorare il legame tra elemento biologico e quello spirituale e culturale, rintracciando nel legame con la madre e la Madre terra una forza profonda, per ri-leggere il valore dell’esperienza femminile. Un percorso di esplorazione intima dell’archetipo della madre universale che, a mio avviso, può permettere anche di superare il conflitto con la propria madre biologica, nel riconoscimento della comune appartenenza ad un genere creatore e creativo. Le donne del nostro tempo dovrebbero partire alla ricerca e alla conquista di questa identità perduta, al recupero e alla valorizzazione delle qualità archetipiche del femminile che possano di nuovo legarle alla loro essenza.

Le donne Moso questa essenza non l’hanno mai perduta, per lungo tempo hanno abitato luoghi fino a poco tempo fa inaccessibili, e avendo rivestito il ruolo di guida della famiglia e della società, sono ancora oggi portatrici di un sapere millenario che hanno tramandato e tramandano ancora di generazione in generazione, un sapere legato alla conoscenza della natura, delle piante medicinali per curare persone e animali, sono loro ad organizzare le attività legate alla semina e al raccolto non prima però di aver consultato lo sciamano daba che, attraverso la lettura della sua carta divinatoria fatta di pittogrammi, le consiglia al meglio per intraprendere questo o quel lavoro agricolo. Queste donne non vivono il conflitto con la madre perché non hanno mai spezzato il contatto con l’altra Madre.

Nella società matriarcale della popolazione Moso, che studio ormai da più di 10 anni, si riconosce nella Natura il principio femminile della creazione e della creatività e nella donna si riconosce la continuità di questa funzione. Qui il legame con la terra è molto sentito anche perché le donne la ricevono ben curata dalle loro antenate, e a loro volta la curano e la amano come fosse un dono sacro e la trasmettono come tale alle generazioni future.
Basti pensare che sia il lago che la montagna sacra hanno dei nomi femminili per constatare in quale considerazione e rispetto siano tenute le donne.

Questo legame fra le donne e la natura non lo si ritrova solamente nel fatto che sono le donne ad occuparsi principalmente dell’agricoltura, ma segni evidenti della simbologia di questo legame si ritrovano anche nella struttura delle loro abitazioni, nei loro gesti quotidiani, durante le cerimonie, nel culto degli antenati, nei loro ritiri spirituali e nel pellegrinaggio alla montagna sacra.

In ogni casa ci sono due pilastri, quello femminile e quello maschile e mentre quello maschile è tagliato dalla parte superiore dell’albero, quello femminile è tagliato dalla parte inferiore dell’albero, cioè quella parte che ha le radici a contatto con la terra.

L’associazione con la natura e l’alternarsi dei suoi cicli continui sono visibili nell’esistenza in ogni casa della devpa. Altre volte vi ho già parlato della devpa, la stanza dei misteri, come la chiamano loro stessi, ovvero la stanza della vita e della morte. Qui un tempo le donne partorivano aiutate dalle proprie madri e qui ancora oggi il defunto viene deposto per una quindicina di giorni in attesa dei funerali e della cremazione. Questa stanza simboleggia nella cultura Moso l’alternarsi della vita e della morte.

Attraverso le immagini del mio documentario “Nu Guo. Nel Nome della Madre”, avrete già potuto constatare come il defunto portato in una portantina da sei uomini viene fatto passare al di sopra delle donne inginocchiate davanti al cancello della sua casa. Le donne inginocchiate e con la testa abbassata simboleggiano il ponte tra la vita e la morte, il defunto viene fatto passare al di sopra delle loro teste, ma una volta passato, le donne si rialzano, quindi la morte passa sopra la vita, ma la vita continua. Il rapporto con la natura che nasce, muore e rinasce è qui evidente.

Anche il culto degli antenati fa parte della spiritualità Moso e sono le donne principalmente a fare offerte di cibo davanti all’altare della casa ogni volta che si consumano i pasti. Davanti all’altare il fuoco sta sempre acceso come simbolo purificatore. I bambini sono considerati la reincarnazione dei loro antenati e durante la cerimonia del passaggio dall’infanzia all’età adulta il primo inchino lo si fa davanti all’altare degli antenati in segno di ringraziamento e poi davanti alle persone anziane della famiglia.

Sono sempre le donne a fare dei ritiri spirituali nell’isoletta in mezzo al lago per pregare per tutti gli esseri viventi, compresi animali, uccelli e perfino insetti. Pregano per la loro prossima vita, ma anche per la divinità della montagna, rito sciamano che è stato integrato nei riti buddisti. In effetti questi ultimi hanno rapidamente capito che non avrebbero potuto convertire la popolazione Moso al Buddhismo se non avessero accettato di integrare nei loro riti buddhisti quelli sciamanici condotti dai sacerdoti daba.
In realtà sia durante i funerali che durante la festa e il pellegrinaggio alla montagna sacra, sciamani e lama si avvicendano nei riti, ma i preti sciamani daba, come potrete osservare dalle immagini del cortometraggio che vedrete fra poco, hanno una importanza maggiore nella cerimonia della festa alla Montagna sacra, la loro Dea Madre.

Ogni giorno le donne più anziane percorrono le strade del loro villaggio o si siedono in riva al lago agitando il chokor, il loro mulinello di preghiera che è buddhista tibetano, ma pregano per ingraziarsi gli spiriti della natura, preghiere che fanno parte della loro antica religione daba.

Affidano le loro preghiere al vento, appendendo le loro bandierine colorate davanti alle porte delle case, sui tetti ma soprattutto di fronte alle montagne nei luoghi più ventilati, là dove le correnti sono più forti e più favorevoli a diffondere preghiere di pace, di prosperità, di benessere o di longevità.

L’importanza che questa popolazione attribuisce alla natura fino alla sua venerazione è evidente in alcune manifestazioni tradizionali della sua cultura.

Fin dal primo viaggio avevo sentito parlare di un pellegrinaggio alla montagna sacra cui partecipavano tutti gli abitanti bambini e adulti di tutte le età. La mia guida mi aveva raccontato già durante il mio primo viaggio la leggenda della creazione del lago Lugu il cui personaggio principale era una giovane donna di nome Gamnu, rappresentata nell’immaginario moso su un cavallo bianco.

In realtà parecchie sono le leggende che si raccontano su Gamnu e che si tramandano di generazione in generazione da madre in figlia o piuttosto dalle nonne ai nipoti, mantenendo così viva non solo la tradizione, ma soprattutto il rispetto per la natura e l’ambiente e mentre le vette dell’Himalaya sono mete ambite da ambiziosi scalatori che sfidano la natura, la popolazione Moso, sulle pendici dell’Himalaya a 3500m di altitudine vi ha costruito un luogo di culto a Gamnu, un tempietto con l’immagine di una giovane donna che cavalca un cavallo bianco.
Gamnu è considerata la dea protettrice di tutta la popolazione Moso, ma è anche la Dea Madre che protegge i raccolti. Le donne incinte vi si recano per ricevere protezione per il loro nascituro.

Gammu nelle sembianze di una donna che cavalca un cavallo bianco.

Gammu nelle sembianze di una donna che cavalca un cavallo bianco.

 

A 3500m. di altitudine la grotta, oggi meta turistica, è l’abitazione di Gamnu, come racconta Bima Lamu nel filmato. L’ingresso nella grotta per me è stata una vera e propria iniziazione. L’oscurità, l’umidità, il gocciolio dell’acqua sulle formazioni rocciose, dove la nostra immaginazione si può sbizzarrire nel vedere fra le anfrattuosità tante immagini evocatrici di miti e leggende, ha suscitato in me sensazioni mai provate prima. E’ stato come entrare nel ventre materno e rivivere la ri-nascita.

Capire meglio questo legame naturale che unisce le donne alla terra, può dare uno stimolo per acquisire più consapevolezza del proprio ruolo.
I difensori dei diritti della madre terra sono già in azione per costruire un nuovo paradigma della società ispirato ai valori di un tempo antico, ma ancora esistenti nelle società dette matriarcali/matrilineari. Si tratta di un nuovo modo di immaginare la società, che vada oltre il modello di sviluppo androcentrico e androcratico dominante che non solo non rispetta le donne né il pianeta, ma cerca di svalorizzare le prime e di distruggere il secondo.

 

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Questo mio nuovo filmato le cui riprese sono state fatte l’estate scorsa da me e da una giovane moso, nei mesi di agosto e settembre 2015, vuole da un lato completare il mio ultimo documentario “Nu Guo. Nel Nome della Madre, e dall’altra vuole essere solo una parte di un progetto più grande che spero di realizzare prossimamente.
Il filmato comunque oggi va visto come complementare a Nu Guo. Nel 2012 infatti quando abbiamo girato Nu Guo, non avevamo potuto assistere alla festa della montagna e per me questo costituiva una mancanza importante, oggi finalmente è cosa fatta, grazie al montaggio di Antonio Papa e alla collaborazione di Lorenza Garbolino e Stefania Renda.

Le immagini di questo cortometraggio mostreranno come la popolazione Moso sia devota a Gammu e invitano alla necessità da parte nostra di riconnetterci alla natura. Noi donne siamo le Guardiane della terra, ma per nascita ne siamo anche le figlie perché Madre Terra ci nutre e ci permette di vivere, ma ci permette anche di portare la vita, di nutrirla a nostra volta, di amarla e di proteggerla… noi siamo la Terra…

Francesca Rosati Freeman

PS.: Prossimamente sarà disponibile il trailer di “Gamnu. Montagna, Dea, Madre” per accompagnare la relazione. Entrambi saranno pubblicati anche sul mio sito.