La Donna Serpente, Incontro con Suor Maria Teresa Forcades i Vila

Resoconto di Barbara Viazzo 

 

Maria Teresa Forcades i Vila è una suora di clausura benedettina, catalana di Montserrat, medica, indipendentista catalana e attivista (nota 1), in particolare contro gli interessi delle industrie farmaceutiche multinazionali e lo smantellamento del servizio sanitario pubblico. Michela Murgia, che l’ha condotta a Torino Spiritualità introducendo la sua conferenza, la conobbe proprio condividendo con lei episodi di attivismo, oltre che un comune spirito politico indipendentista (nel caso della Murgia ovviamente non è catalano, ma sardo).

Teresa Forcades i Vila

Teresa Forcades i Vila

Si è presentata come un’esponente della teologia femminista queer, trasversale, tra due sedie, tra i generi, che non si schiera nella difesa di una dottrina, di dogmi, bensì vive dentro i paradossi della realtà, come quello di far parte della comunità cristiana, vivere quindi ancora secondo precetti patriarcali, pur mettendoli in discussione, interessandosi anche delle dee che precedettero le Sacre Scritture. Suor Maria Teresa ha scritto libri su donne che si sono interessate di teologia, hanno parlato o scritto del dio biblico in varie epoche della storia, soprattutto le scrittrici mistiche.
Nella conferenza di Torino, lei ha iniziato analizzando il culto della Serpente nella tradizione biblica e patriarcale, che poi ha messo in discussione attraverso la critica teologica femminista delle Scritture (Antico e Nuovo Testamento), arrivando infine all’approccio alternativo della teologia queer.
Prima ha tracciato la valenza simbolica generale del culto della Serpente, che rappresenta principalmente:
a) L’Immortalità
b) La Sapienza
a) Il legame della Serpente con questi due concetti vale sia per la tradizione biblica e il pensiero patriarcale precedente, sia per la teologia femminista queer, che, a differenza dell’interpretazione tradizionale, ne riconosce soprattutto i significati positivi. Nella prospettiva della teologia queer, la relatrice intende per immortalità e salvezza quel “rinascere dalla propria pelle” che caratterizza la natura della Serpente. In questo senso immortalità è da intendersi come “risanamento, salute, guarigione”, secondo quello che divulgavano nell’antica Grecia gli esponenti della scuola medica di Esculapio, anche loro praticanti del culto della Serpente.

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b) La Serpente, da sempre, ha rappresentato la conciliazione dei contrari; nella prospettiva cristiana tradizionale, tuttavia, diventa l’ambiguo pericoloso. La sua natura può infatti variare dall’ambiente in cui vive: è terrestre, ma può essere anche acquatica, come le donne che si trasformano in Sirene. Ed è anche aerea; proprio in relazione alla Serpente alata, Suor Maria Teresa sottolinea la campagna di demonizzazione contro la sua natura ambigua all’interno di alcune delle scritture bibliche. La Serpente alata, ad esempio, è il Drago, che S. Michele combatte e uccide. Un simile processo demonizzante ha creato varie dicotomie, come quella che divide l’elemento caotico/umido/femminile da una parte, e il principio secco/ordine/maschile dall’altra.

La Serpente è bifida, o ha la lingua doppia, biforcuta; la sua sapienza è dunque nascosta nell’ambiguità irrisolta tra l’inganno e il linguaggio della natura, una dicotomia che la relatrice interpreta in senso positivo, come antidoto alla dottrina e ai dogmatismi.

Suor M. Teresa prosegue illustrando altre forme di demonizzazione dell’aspetto femminile serpentesco, anche al di fuori del cristianesimo. Il serpente mitico Naga della Cambogia, una creatura dalle numerosissime teste, non ha un sesso ben definito; se le teste sono di numero pari è femmina, ed è imperfetta/impura, quando invece sono dispari è maschio ed è perfetto/puro. Questa immagine mi ricorda un concetto della perfezione vicino alle teorie di Platone, sviluppate sulla base di una particolare recezione dottrinale degli insegnamenti matematici pitagorici.

Quali figure femminili positive recupera la teologia femminista queer dal contesto biblico, rifacendosi anche ad altre culture e civiltà precedenti?
La Dea pre-biblica in forma di Serpente, quale Dea/Signora che dà la vita. La relatrice ha parlato dapprima di Nintu, anche detta Nintur, che significa ‘Signora dell’utero’, oppure ‘Signora datrice di vita’. Per amore d’approfondimento cito direttamente dal dizionario delle dee e delle eroine di Patricia Monaghan: “Questa antica dea di Shirpurla venne in seguito identificata con la babilonese Ishtar”. Prima di Nintur esisteva la sumera Ninti, una delle otto guaritrici che un’altra divinità affiancò all’ingordo dio Enki per curarlo; lei aveva il compito di controllare che la sua cassa toracica non esplodesse. Il suo nome è un gioco di parole che significa “signora delle costole”, ma anche “signora della vita”; è una progenitrice di Eva.
L’Eva della Genesi, o Hawwah, che significa ‘soffio vitale’, la madre di tutti i viventi, anche chiamata ‘Ishah’. La Bibbia la definisce la ezer del primo uomo, traducibile sia come “aiutante”, sia come compagna. L’interpretazione varia secondo le due tradizioni contrastanti contenute nel Libro della Genesi. Su questo punto, per me rimane ancora irrisolta la questione se nella Bibbia, almeno all’interno di una delle due tradizioni – quella pre-jahvitica – Eva sia veramente presentata e considerata a tutti gli effetti come la compagna, e non come l’aiutante/ “segretaria” del primo uomo.
La Dea Madre Montagna del Nord della Siria (un altro aspetto di Ishtar). Nell’Antico Testamento il dio biblico assume talvolta le caratteristiche di questa dea e viene descritto come un petto/montagna che nutre e protegge, mentre nella tradizione cristiana emerge talvolta la figura del Cristo ‘Serpente’ (qui vi rimando al bel libro di E. Bloch, L’Ateismo nel Cristianesimo, in particolare al capitolo La coda di serpente del cristianesimo )

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raffigurazione in terracotta della dea Ashera. VII sec. p.e.c., da Tell Duweir, Palestina. Metropolitan Museum of Art, New York.

– Un altro riferimento alla dea Serpente contenuto nella Bibbia, di cui parla Suor Maria Teresa, è nell’episodio di Mosè che conduce gli Israeliti attraverso il deserto alla ricerca della terra promessa. Stanchi delle fatiche, delle malattie, del cibo scarso e scadente che trovano nel loro cammino, si ribellano a Dio, il quale, arrabbiato, li punisce mandando loro dei serpenti velenosi, che inoculano anche pestilenze. Molti vengono morsi e muoiono, allora Mosè per salvare i sopravvissuti deve innalzare l’antica immagine di Ashera, un serpente di bronzo, e chi lo guarda verrà salvato. Per dirla in breve, Suor Maria Teresa ha citato alcuni passaggi della Bibbia in cui sono ancora presenti tracce della cultura della Dea.

Nelle Scritture (Antico Testamento, Vangelo e testi degli scrittori mistici, donne e uomini), la Serpente non guarisce solo dalle malattie, ma libera anche dalla colpa. A questo proposito la relatrice ha accennato a un testo, piuttosto sconosciuto in Italia, della mistica Isabella de Vienna, una monaca vissuta a cavallo del XIV/XV secolo. Si tratta del dialogo immaginario fra Gesù ed Eva, nel quale Gesù la ringrazia: “senza di te non avrei potuto essere quello che sono e liberare l’uomo dal peccato originale, salvandolo”. Senza Eva, insomma, niente cristianesimo. Suor Maria Teresa si riferisce qui al concetto cristiano tardo-medioevale della “felix culpa” (non a caso le Sirene medioevali raffigurate nelle chiese, ad un certo punto, diventarono simbolo anche di questo concetto): essere felici, come donne, di aver ‘legato’ con il serpente portando la colpa all’uomo, perché altrimenti non ci sarebbe stata data la possibilità di redenzione e di salvezza/ vita eterna. Il ricordo di questa felix culpa si rinnova la notte di Pasqua, quando la Chiesa fa cantare l’inno Exultat, perché la resurrezione di Cristo libera dal peccato originale causato da Eva.

Tornando alla doppia tradizione biblica contenuta nella Genesi, Suor Maria Teresa ha ricordato che il testo, e in particolare la versione più legata a Jahvè, fu scritto a ridosso, o durante il consolidamento della monarchia militarizzata e nazionalista, nel periodo di passaggio dei due regni (d’Israele e di Giuda, seconda metà del settimo secolo p.e.c.). Questa monarchia è un abbandono definitivo della struttura politica orizzontale delle antiche tribù, per abbracciare la struttura verticale del re/capo dinastico. Di conseguenza, sotto l’egemonia della religione del dio Jahvè, si assiste alla militarizzazione d’Israele, che assume i caratteri di uno stato a tutti gli effetti, con dei confini da difendere e delle leggi da imporre. Avvengono delle profonde trasformazioni interne, anche rispetto alla tradizione antica. Per esempio, il palo/serpente di bronzo alzato al cielo da Mosè nel deserto per fermare la peste causata dai serpenti, era stato portato in Palestina e conservato nel tempio di Gerusalemme, finché un re della stirpe di Giuda, Giosia, lo condanna come idolatria insieme ad altre forme di culto per Ashera, lo fa portare fuori dal Tempio e bruciare (2 Re 23). La paura dell’idolatria emerge particolarmente nella traduzione italiana paolina, che anche per gli altri bastoni/immagini fatti sradicare dal re usa l’espressione “pali sacri”, evidenziandone genericamente la valenza idolatrica: “Fece portare il palo sacro dal tempio del Signore fuori di Gerusalemme, nella valle del Cedron, dove lo bruciò e lo ridusse in cenere (…) Demolì anche la casa dei prostituti sacri che si trovavano nel tempio del Signore, dove le donne tessevano i veli per As(h)era. (…) Egli frantumò anche le stele, tagliò i pali sacri” (2 Re 23). In realtà, dice Suor Maria Teresa, la parola ebraica che indica questi pali o il bastone/serpente è sempre ‘Shaddai’, la dea Ashera.

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immagini in bronzo della dea Ashera e del figlio/compagno Baal, XIII p.e.c. Megiddo, Palestina. Museo di Gerusalemme.

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ricostruzione moderna dell’abbattimento delle effigi lignee, i cosiddetti ‘pali’ di Ashera, voluto dal profeta Ezechiele e dal re Giosia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come ricorda Merlin Stone, il legno/simulacro che viene estromesso dal tempio di Gerusalemme e distrutto era l’albero sacro della Vita, l’Albero di Ashera.
L’espressione ‘El Shaddai’, tradotta in italiano come “l’Onnipotente”, all’ombra del quale gli umani “dimorano” , torna nel Salmo 90 (nella Bibbia italiana è il 91), nel quale il dio ebraico viene paragonato in realtà a una montagna/seno, un petto benevolente, termini tradotti in italiano con ‘protezione”, “rifugio”, “dimora”. Come “montagne che stillano latte”, Lui/Lei (ma l’articolo ebraico è al maschile) nutre e protegge, sotto queste montagne i bambini stanno come sotto il seno della madre, quindi in realtà Lui/Lei è l’antica Dea. Questo salmo rappresenterebbe il momento in cui l’ebraismo si è avvicinato di più a dire che Dio è (anche?) Dea, Lei.

Attraverso il contenuto ambiguo, in quanto ambivalente, del Salmo 90 Suor Maria Teresa Forcades i Vila torna a rimarcare la presenza nelle Scritture dei due filoni, o meglio, dei due ‘alberi’ della tradizione biblica, che differiscono fondamentalmente nella loro sostanza; uno testimonia ancora la presenza della Dea Ashera e tracce dei culti delle antiche tribù, l’altro è il prodotto della cultura e dell’ideologia patriarcale jahvitica. A queste due tradizioni corrispondono due immagini di ‘albero’ e di ‘donna’ molto diverse: in una versione della Genesi si parla dell’Albero della Vita, e la donna, che è anche quell’albero, ha il medesimo status dell’uomo, è sua compagna, anzi, come l’Albero della Vita sta “al centro/nel mezzo del campo” (Genesi 2.16); nell’altra versione, quella jahvitica, si menziona solo l’Albero del Bene e del Male, di cui è vietato mangiarne i frutti; se non fosse per la Serpente ed Eva, che pensano loro a ri-distribuirli fra tutti gli esseri viventi (Genesi cap. 3).

Eva e il Serpente, Bisanzio, Basilica di Santa Caterina

Eva e il Serpente, Bisanzio, Basilica di Santa Caterina

All’interno della tradizione biblica di stampo patriarcale esiste quindi una grossa separazione, una dicotomia fra la produzione dei beni e la loro ri-distribuzione. La critica avanzata dalla teologia femminista, come critica attuale al capitalismo, evidenzia questa separazione, che a sua volta collassa sullo scarto, l’alienazione esistente fra la produzione (di beni, vale a dire l’economia) e la riproduzione (il dare la vita, quindi la sfera del femminile, delle madri). In quest’ottica si delinea la necessità, o la difficoltà, di ri-distribuire la produzione alla ri-produzione, alla sfera delle madri. Alla fine, anche Suor Maria Teresa non può fare a meno di parlare di economia del dono legata alla cultura delle madri, pur rimarcando esplicitamente che lei non è interessata ad alcuna forma di matriarcato, insomma liquida la faccenda senza affrontare veramente il tema…Perché?

Nel gioco ambiguo delle dicotomie, dunque, all’Albero della Vita si contrappone l’Albero del Bene e del Male, o il “palo santo” della traduzione italiana episcopale. Ma, sia l’Albero al centro del campo, sia il “palo santo” sono in realtà la medesima cosa: la felicità pre-jahvitica, la beatitudine, il paradiso in terra, la Dea Ashera, nome che significa anche “la Felice” e che i Fenici e i Greci chiamavano Astarte. Ashera nella Bibbia viene vista sia come alter ego, sia come antagonista di Jahvè. Il divieto di mangiare i frutti dell’Albero, che diventa “del bene e del male”, tuttavia è il divieto di un dio che rappresenta solo il potere repressivo del principio monarchico jahvitico.
Che dio è, dunque, quello patriarcale jahvitico? Nel dio ebraico, in generale, abita una profonda ironia: “Dio era/sarà uno di noi”, un dio che non è mai al presente. Il suo essere è staccato dall’essere degli umani, e ciò testimonia una forma di sfiducia nell’uomo. Il peccato dell’uomo non è, dalla sua prospettiva, che lui faccia veramente del male, ma dipende se un essere umano dà importanza al senso di vergogna, o se ne è assente; il peccato allora è assenza di vergogna.
Per Suor M. Teresa nella Bibbia non è l’Albero del bene e del male ad essere al centro del campo, ossia al centro della Vita, ma l’albero della Vita, la Vita stessa vissuta con Felicità, la Felicità che è (il significato di) Ashera; Nella giustizia divina il giudizio morale, ciò che è bene e ciò che è male, non è fondamentale.

Qual è allora la posizione della donna davanti a Dio? In realtà Dio non chiama Eva la sua “aiutante”, come risulta dalla traduzione classica della Bibbia, ma chiede espressamente il suo aiuto. Suor M. Teresa ha concluso l’intervento aprendo due questioni: qual è il contributo della donna e della teologia queer femminista per realizzare l’agire divino, o meglio, per fare la giustizia divina (che Suor M. Teresa chiama la questione teologica della ‘teodicea’, ovvero, nella teologia femminista, il problema della giustizia sociale e dell’eco-equilibrio), intendendo qui un dio che è la Felicità/Ashera, l’Albero della Vita? E come avvicinarsi a, essere figli/e di questo dio (problema cristologico)?

Per come vivo io adesso la spiritualità, ritengo che parlare di ‘cristologia’ sia un approccio ancora troppo antropomorfico. La teologia femminista queer, finora, è andata oltre la figura di Cristo come dio/uomo diverso da donna, ma non so fino a che punto sia riuscita a superare anche quella di dio/umano diverso da animale; sull’argomento esistono comunque diversi testi di teolog* queer. Suor Maria Teresa, in effetti, non ha avuto materialmente il tempo di aprire una parentesi su cosa sia la cristologia nella prospettiva della teologia femminista queer. Nelle domande finali sul rapporto tra dio e gli animali, filo rosso che quest’ anno collegava i vari incontri di Torino Spiritualità – ad esempio: che riflessioni si è fatta Suor M. Teresa sul fatto che si usino gli stessi nomi di animali per bestemmiare contro dio e per insultare le donne – è comunque emerso che dio, come lo interpreta lei all’interno dei testi biblici, è particolarmente vicino alla donna e agli animali, si esprime proprio attraverso di loro come materno, benevolente e vitale, cosa che la tradizione patriarcale spesso demonizza, o nega del tutto. Questo aspetto, pur venendo fuori, non è stato tematizzato in maniera sufficientemente chiara nella conferenza, forse anche perché, parlando delle qualità della Serpente, la relatrice è partita da un concetto tradizionale patriarcale,  l’immortalità, che implica la preservazione e la salvezza della persona umana individuale fisica, senza metterlo abbastanza in discussione, affiancarlo o sostituirlo con quello di trasformazione, pur essendo lei un’esponente della teologia queer.

L’unico vero ‘peccato’ in questo incontro era la mancanza di tempo per porre direttamente a Teresa Forcades un paio di domande sugli interrogativi, non piccoli, che ha aperto. Per me è stata comunque una preziosa occasione di confronto con un’altra, diversa espressione di spiritualità femminile.

Nota 1: Pubblicazioni in italiano, Teresa Forcades, La teologia femminista, ed. Nutrimenti

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Barbara Viazzo si è laureata in filosofia e teologia protestante all’Università di Heidelberg, in Germania.
È traduttrice e libera ricercatrice nel campo dell’archeomitologia e del pensiero spirituale femminile. Sta scrivendo un libro dedicato alle Sirene e alle dee antiche.