La Responsabilità è un Processo, Articolo di Alberto Castagnola

 

Articolo di Alberto Castagnola 

 

Quali ostacoli impediscono l’assunzione di responsabilità verso gli altri, il mondo e le generazioni future? Quali capacità abbiamo bisogno di far emergere e potenziare? Chiunque si occupi di formazione, di educazione ma anche di gestione di spazi sociali, culturali o di economia solidale si trova spesso di fronte a quelle domande. Mettersi tutti in continua discussione, riconoscere e ribaltare resistenze a livello individuale e collettivo, coinvolgere le persone comuni nei processi di cambiamento, intrecciare pratiche e principi con cui cambiare il mondo qui e ora resta difficile quanto urgente. Ecco un percorso delineato con riferimento ad alcuni contesti importanti e molto concreti, per confrontarsi senza troppe resistenze. La prima domanda è: abbiamo mai pensato che è possibile immaginare gruppi di persone nei quali si possa passare armoniosamente da un grado all’altro di “cambiamento” nel giro di pochi giorni o pochi mesi? In fondo siamo sempre responsabili di tutto ciò che facciamo o non facciamo: per dirla con Luisa Francia, “questa non è solo banale saggezza, ma anche un principio della magia, dell’arte del creare e dare forma…”

***********************************************************
“Sei responsabile di tutto ciò che fai. Questa non è solo banale saggezza, ma anche un principio della magia, dell’arte del creare e dare forma. Fintanto che cerchi di attivare eventi soltanto al di fuori di te, provochi poco. Puoi solo reagire. Se ti prendi la responsabilità, cominci ad agire in modo indipendente per progettare, dare forma. Decidi tu, e poi materializzi la tua visione. Fa quello che vuoi ma sii cosciente della tua responsabilità. Anche il non-fare ricade sotto la tua responsabilità. Finché vivi non puoi tenerti fuori dagli eventi”

Luisa Francia, “Le tredici lune” (Venexia)

orsa con cuccioli 1

Presentazione del problema

Nella attuale fase storica, particolarmente instabile e tormentata e soprattutto costellata di eventi la cui drammaticità talvolta ci sfugge, si pone spesso nelle nostre società il problema dell’esistenza di uomini e donne maturi strutturalmente indifferenti ai grandi problemi ambientali e sociali e di giovani generazioni prive di senso di responsabilità verso gli altri con i quali condividono territorio e comunità. Spesso si imputano queste caratteristiche ai nefasti influssi dei media o alle carenze dell’istruzione, oppure a caratteri congeniti e legati all’etnia di appartenenza. O ancora al degrado di intere culture o civiltà, senza però approfondire troppo le cause storiche o recenti e gli elementi o fattori scatenanti che le hanno attraversate.
Per quanto riguarda l’Italia, nelle situazioni di degrado sociale o di corruzione diffusa in tutti gli strati, molte persone cadono nella trappola del “tanto lo fanno tutti”, oppure del “sono rimasto solo io a cercare di rispettare certi principi o il minimo di buon senso” e iniziano a non rispettare più alcuna limitazione imposta da una convivenza “civile”, cioè non dominata dalla sola ricerca della soddisfazione a qualunque costo dei propri desideri. In questa fase storica, il moltiplicarsi degli esempi di corruzione e la mancanza di un qualche “senso dello Stato” ha già messo intere fasce sociali in una situazione da “legge della giungla” e nella sensazione di poter sfuggire a qualunque riprovazione sociale. Il richiamo a sia pur minimi criteri di rispetto dell’altro e di alcune norme di convivenza sociale, stenta sempre più ad emergere, e quindi il concetto di responsabilità non sfiora neppure lontanamente la mente di milioni di persone.
Qui si segue un metodo diverso, puntando a far emergere e a valorizzare desideri profondi e riflessioni personali….

 

I dieci gradi di responsabilità nel nostro contesto culturale

Grado Zero Immaginate una persona che vive isolata, che rinuncia ai mezzi di comunicazione, che vive di espedienti, che non ritiene di appartenere a nessuna comunità, che trascura la sua persona, e le sue esigenze fisiche; è presumibile che, a meno di improbabili sussulti psicologici, non percepisca nemmeno lontanamente il concetto.

Grado Uno Pensiamo ora a una persona sufficientemente integrata nella società attuale, che ha o cerca un lavoro. Non appena comincia a svolgere una attività nascono i primi embrioni di responsabilità, verso le scadenze di lavoro, verso i colleghi con i quali si collabora, magari anche verso i destinatari delle proprie attività (clienti, assistiti, consumatori, ecc.). Però i destinatari finali sono lontani e possono essere cancellati, il lavoro in un ufficio o in una linea di montaggio è collettivo e può permettere una partecipazione passiva o molto limitata.

Grado Due Con il progredire dell’età e delle esperienze mutano i desideri, si intravede una famiglia oppure iniziano gli oneri verso genitori, fratelli minori, amici in difficoltà, ecc. Solo se si decide che questi compiti devono essere compiuti (in nome della tradizione, della cultura, del senso della famiglia, degli eventuali commenti negativi degli amici e dei vicini, ecc.) cominciamo a sentire delle vere responsabilità, mentre alcune scelte (convivere con un partner, sposarsi, fare un figlio, ecc.) possono addirittura essere evitate o ritardate, proprio per evitare eccessive responsabilità.

Grado Tre In modo abbastanza implicito il senso di responsabilità personale può emergere e precisarsi in relazione a compiti o situazioni particolari (gravi malattie in famiglia, servizio militare specie se in zona di guerra, famiglia numerosa, disoccupazione, ecc.), ma può anche dar luogo a fughe e abbandoni, accompagnati spesso da forti sensi di colpa. Si tratta peraltro di un senso di responsabilità derivante da fatti esterni (legami familiari, superiori militari e gerarchici, figli non abbastanza voluti, ecc.) e sopportato a stento in quanto non dovuto a una maturazione profonda.

Grado Quattro Una vera e propria responsabilità personale è strettamente connessa con un progressivo maturarsi delle proprie capacità di scelta, che tengano conto dei fattori esterni ma non siano da essi condizionati. Però può essere connessa soltanto a propri doveri o desideri, dipendere cioè da una spinta esercitata da imperativi morali (spesso da una educazione religiosa) o da visioni della vita individuale che rispetta certi principi comportamentali

Grado Quinto Solo a partire da questo livello si può cominciare a parlare di una responsabilità non più individuale ma attenta alle situazioni sociali della popolazione o del territorio di appartenenza. In genere si manifesta con piccole azioni altruiste come il volontariato nel tempo libero, aiuti a famiglie in difficoltà, assumere posizioni interculturali, sottoscrivere contributi periodici a organismi per le adozioni internazionali o che effettuano interventi di emergenza nei tanti Sud del mondo.

Grado Sesto Quella che si può definire una responsabilità attiva nasce da una serie di decisioni che portano a scelte di interesse non solo personale ma collettivo. Si aderisce a un partito o ad una organizzazione che svolge attività sociali, si partecipa alla elaborazione di carte dei Principi che orientano le iniziative dell’organismo nel quale si opera, si assumono alcuni compiti che comportano responsabilità gestionali o amministrative, che possono anche comportare dei rischi personali.

Grado Settimo Una responsabilità con forte carica sociale si distingue per delle motivazioni e degli obiettivi che riguardano l’intera collettività di appartenenza e la società in cui si vive ed opera nel suo complesso, mentre tendono gradualmente a scomparire gli interessi personali o familiari. Tuttavia il mutare delle proprie condizioni sociali (maggior reddito, incarichi prestigiosi, collocazione in un contesto competitivo, ecc.) possono indurre a variazioni anche repentine di ideali e di scopi, a passaggi ad altre compagini diverse od opposte come ispirazione politica e sociale, ecc.

Grado Ottavo La responsabilità duratura può essere rappresentata da principi e impegno di natura collettiva che si prolungano nel tempo fino a caratterizzare la persona che li afferma e propaga incessantemente. Piccole discontinuità, legate a stati d’animo o a riflessioni interne, non alterano le linee di fondo delle convinzioni della persona.

Grado Nono Infine, si può configurare un senso di responsabilità che travalica i limiti del proprio contesto sociale e si proietta verso le esigenze e le necessità delle generazioni future tralasciando di prendere in considerazione i propri interessi e preoccupandosi attivamente dell’umanità che vivrà successivamente nel pianeta che le avremo lasciato.

E chiediamo ora al lettore se vuole porsi alcune domande. Se ha voglia di decidere in quale grado si colloca o di chiedere alle sue amiche e ai suoi amici dove si vedono situati. E, ancora, senza porsi minimamente né sensi di colpa, né scrupoli morali, se pensa di trovarsi tra un grado e l’altro, senza sapere come fare a passare oltre. Ma soprattutto, se riesce a capire quali ostacoli o difficoltà deve superare la sua mente. Spesso basta pensare a un problema determinato, e le resistenze e le paure perdono di consistenza e non si lasciano più passare senza coglierle delle occasioni di evolvere ed espandersi. E ora una domanda un po’ più impegnativa: avete mai pensato che forse sarebbe possibile immaginare un gruppo di persone o una società nei quali si possa passare armoniosamente da un grado all’altro nel giro di pochi giorni o pochi mesi?
Di seguito cerchiamo di delineare un percorso con riferimento ad alcuni contesti importanti – dai rischi per l’umanità alle relazioni tra i generi, (ma se ne possono immaginare degli altri) – molto concreti, con i quali ci si può confrontare senza troppe resistenze.

Quali ostacoli impediscono l’assunzione di responsabilità?

Negli ultimi anni si sono moltiplicate le analisi socio-antropologiche e politiche che sottolineano la scarsa o inesistente propensione ad assumersi delle responsabilità di importanza sociale, sia pure limitate al raggio di azione di singoli individui. Molte sembrano essere le persone sensibilizzate ai problemi del clima e più in generale ai principali meccanismi di danno ambientale, oppure che si pongono problemi di alternativa rispetto al sistema dominante; le analisi sui contenuti in circolazione sono anche piuttosto significative. A questo livello informativo e di elaborazione politica o scientifica non corrisponde tuttavia una reazione personale e di organizzazione politica capace di esercitare pressioni e di incidere sulle dinamiche decisionali e governative. Soprattutto non si registrano fenomeni di diffusione “virale” di iniziative e forme innovative di mobilitazione e partecipazione.
Inoltre, nelle esperienze di coscientizzazione e formazione, anche in forme avanzate come i cerchi di donne o attività concrete di economia alternativa e solidale, si riscontra in moltissimi contesti (anche fra loro molto distanti) un analogo meccanismo di bloccaggio o rifiuto quando durante i processi formativi o di presa di coscienza, si offrono delle occasioni di impegno sostanziale. Anche nel caso di occasioni “spot”, cioè che non prevedono attività destinate a protrarsi nel tempo o particolarmente impegnative in termini di tempo, si registra – tranne casi veramente eccezionali – un atteggiamento sfuggente e fenomeni di resistenza e sottrazione accompagnati da una varietà di “scuse” (impegni precedenti, esigenze familiari, carichi lavorativi, eventi improvvisi, oneri imprevisti, ecc.) che senza negare la partecipazione al processo di maturazione in corso, talvolta ricercato e richiesto, evita però accuratamente l’assunzione di ruoli o di responsabilità seppur minimi. Ciò che colpisce, nella maggioranza dei casi, è la apparente incapacità di ordinare la propria vita con degli ordini di priorità che si è realmente deciso di rispettare. Incapacità che spesso non si riscontra nelle attività professionali delle persone o nelle loro storie di vita e che lascia quindi spazio per ipotizzare delle difficoltà profonde in confronto con l’inserimento sociale e una visione politica (ovviamente non partitica o ideologica).
Quanto segue, pertanto, è un primo tentativo, abbastanza superficiale e non sottoposto a verifiche incrociate, di cercare di far emergere i fattori che potrebbero essere all’origine di tali comportamenti e soprattutto di pervenire a individuare dei criteri e dei metodi relazionali, capaci di stimolare e sostenere le persone comunque coinvolte in processi evolutivi capaci di superare la soglia della assunzione personale di responsabilità nei confronti della vita sociale e delle esperienze di carattere collettivo. Si tratta, ovviamente, di un tentativo di carattere teorico e speculativo, che poi dovrebbe in ogni caso essere rivisto in funzione delle diverse personalità alle quali viene proposto ed essere adattato alle differenti esperienze in corso.
In primo luogo, proviamo a identificare i principali vincoli e condizionamenti che, insieme o in progressione, risultano impedire reazioni o azioni che permettano alla persona provocata di impegnarsi in attività concrete volte a modificare gli eventi sociali in corso. La lista non segue (in una prima fase) un ordine sistemico, che potrebbe però essere gradualmente modificato per rispondere a criteri di importanza relativa (per le persone) e di frequenza di emergenza nelle attività prese in esame.
Condizionamenti, aver cioè subìto azioni o pressioni esterne che hanno creato comportamenti obbligati, in pratica non più discutibili e non ancora vissuti in chiave critica. Quali sono le forme che sembrano presentarsi più di frequente? Sono principalmente i comportamenti verso l’esterno ad essere stati fortemente influenzati da principi e regole, tradizioni e pregiudizi, sia familiari che di ambienti frequentati non per libera scelta; da queste imposizioni derivano gran parte delle insicurezze giovanili e di quelle sul luogo del primo lavoro. Ad esempio, parlare per ultimi o solo se proprio non è evitabile, ritenersi inadeguati o poco adatti per qualunque compito, piccolo o grande; scartare a priori qualunque azione anche se percepita come favorevole ; sottovalutare sistematicamente i propri possibili apporti in qualunque situazione.
Violenza (sentirsi costretti a eseguire ordini o minacce imposti dall’esterno, talvolta soltanto immaginati ma non per questo meno incisivi). Le forme di violenza sono innumerevoli e molte sono camuffate in forme apparentemente educative o volte a garantire il benessere della persona alla quale sono destinate. Perfino i bambini possono vivere come violenza costrizioni nei comportamenti (non bagnarti, non stare al sole, esci dal mare, pettinati, non sporcarti, ecc.), ma a tutte le età si può essere perseguitati da un rigido sistema di regole, usi e costumi, che possono costituire un ostacolo alla maturazione e alla ricerca di autonomia.

Subordinazione (ritenere di non poter reagire se non in seguito a un ordine o una pressione espliciti). L’istinto gregario, ben diverso dal lavoro di squadra e dalle attività collettivamente decise, comporta seguire in modo acritico chi si è scelto come guida o faro della propria vita. In realtà significa qualcosa di peggio, cioè la sottomissione cieca alle idee e ai voleri di qualcuno, che spesso non brilla affatto per qualità umane o per capacità di elaborare significative proposte operative. Siamo di fronte ad una sottomissione – che può avere risvolti personali, culturali o politici – ad una terza persona alle quale si demandano di fatto delle scelte che rifiutiamo di fare come persona autonoma. Data l’ampiezza e la profondità di questo meccanismo, che può anche protrarsi per lunghi anni, gli effetti sulla autonomia e l’originalità personali possono essere deleteri; inoltre non è mai facile riuscire a sottrarsi a questo tipo di legame, che può anche avere la tendenza ad ampliarsi e a diffondersi in altri campi, determinando una specie di schiavitù non dichiarata, che sembra spesso un legame di valore e quindi difficilmente scioglibile.

Accettazione volontaria (assumere una posizione senza discutere le conseguenze di ciò che sta per accadere). Può avere carattere episodico ed essere dovuta a fasi di personali di fragilità e di terrori indistinti. Ha tuttavia conseguenze non indifferenti, in quanto può incidere sui processi evolutivi di una persona, in particolare nelle fasi di transizione, e può distorcere o bloccare progetti che sembravano promettere evoluzioni molto positive di una personalità in emersione o in crescita. La soggezione volontaria può più facilmente essere rimossa o depotenziata, ma costituisce comunque un fattore negativo nei processi evolutivi e può avere dei costi che potrebbero incidere pesantemente sui tentativi di autonomizzazione.

Passività (aver deciso di rinunciare definitivamente perfino al tentativo di reazione). Lo stato di inerzia e di rinunzia di fronte a qualunque stimolazione, interna o esterna, costituisce forse il pericolo maggiore per i processi di cambiamento e di maturazione, e in ogni caso rappresenta un “tempo perduto” che solo raramente può rivelarsi in seguito, in tutto o in parte, un periodo di “cova” o di “gestazione” di processi che più tardi si rivelano essere stati positivi. In altre parole, è sempre meglio, nei periodi di passività totale, cercare di sottoporsi a delle stimolazioni, piuttosto che abbandonarsi completamente a uno stato di inattività e di mancanza di percettività; lo sforzo da affrontare è sicuramente notevole, ma un qualche risultato non può mai essere completamente escluso.

Assuefazione (periodi molto lunghi di esposizione a eventi drammatici che ne diminuiscono la portata, riducendo drasticamente perfino la percezione della loro esistenza). Forse è uno stato peggiore della passività, in quanto di essa ci si può sempre improvvisamente stanca, mentre l’assuefazione significa che ci si è abituati a non percepire sollecitazioni di alcun tipo, e che questo stato ci soddisfa, cioè non siamo percorsi da dubbi o perplessità relative alla nostra situazione, e le nostre capacità, magari solo istintive, di reazione non funzionano assolutamente. Si attutiscono o vengono ingannate perfino le capacità di percepire un disagio o una contraddizione e quindi le probabilità di sentire emergere nella parte più profonda di noi stessi una qualche sollecitazione al cambiamento sono quasi completamente annullate. Non si può nemmeno molto sperare in meccanismi di curiosità o di interesse verso quanto di umano alberga in noi che collegandosi all’esterno riattivino i processi positivi. Spesso contro la assuefazione valgono alcuni piccoli “trucchi” (sforzarsi di trovare un libro o una musica, ad esempio, o riprovare qualche vecchia attività che un tempo ci stimolava), che possono turbare gli “equilibri” che ci hanno catturato e far risorgere di nuovo desideri e percezioni che rimettano in moto delle motivazioni, sia pure in un primo momento piuttosto superficiali.

Debolezza o fragilità (non sentirsi in grado di assumere impegni, indipendentemente dalla loro portata). Anche persone con una vita “normale” (un lavoro, delle relazioni, dei figli) possono avere continuamente sensazioni di una fragilità interna, di una debolezza congenita, quando si trovano di fronte a una situazione nuova e non riescono a concepire subito come affrontarla ( anche situazioni che invece si verificano spesso nella loro vita normale, dove evidentemente la routine garantisce sufficiente sicurezza). Siamo quasi in presenza di un rifiuto di “nuove” esperienze, sia pure banali e questo atteggiamento ovviamente penalizza fortemente la qualità della vita di chi in passato non lo ha combattuto in misura sufficiente. Se poi si tratta di una responsabilità, anche solo immaginata o temuta, la sensazione di debolezza interna diventa uno scudo rigido di difesa.

Incapacità di reazione (avere motivazioni apparentemente chiare e non riuscire a concepire o a produrre moti o parole in grado di incidere sulle realtà vicine). Anche in assenza di sensazioni di debolezza o di fragilità interne, può emergere un rifiuto al momento di reagire, come se uscire dalla sfera del conosciuto dovesse celare pericoli incommensurabili. Si genera quindi una specie di paralisi delle potenziali reazioni, che vengono rifiutate in toto, senza nemmeno tentare di selezionare le reazioni più semplici, facili o prive di rischi per il futuro. La fuga o la sottrazione è spesso inspiegabile ed è l’intera persona che scompare agli occhi degli interlocutori (magari amici o conoscenti di lunga data).

Spinta alla competizione (aver ormai adottato un desiderio continuo di primeggiare sugli altri, e lasciare che questo spirito emerga automaticamente anche per motivi banali o in situazioni non particolarmente attraenti). Questo completo abbandono allo spirito della concorrenza spinta e assolutamente determinata è caratteristico delle aree e delle situazioni culturali e geografiche dove maggiormente si è radicato lo spirito stesso del capitalismo (specie nella sua fase del pensiero neoliberista. Si tratta di una specie molto accentuata di automatismo, che il sistema cerca di instillare senza alcun limite a tutti i membri della società che sono utili alla sua crescita e alla sua espansione. Il condizionamento in moltissime persone è molto profondo e articolato, e si manifesta anche in aree che sembrano molto lontane dai meccanismi di interesse economico, ad esempio nella sfera affettiva o culturale. La necessità di dominio e di sfruttamento si è cioè insediata a grande profondità in queste persone, che quindi non hanno più alcuna possibilità di liberarsi, se non a prezzo di duri interventi esterni e di azioni raffinate protratte nel tempo.

Credo sia evidente che è stato evitato ogni riferimento alle cause remote e appartenenti alla sfera del subconscio profondo, che richiedono eventualmente delle decisioni ben diverse alle persone che percepiscono un disagio particolarmente grave. Ora passiamo alla fase successiva, cioè alle linee di lavoro che dovrebbero essere avviate da chi intende realizzare processi di liberazione personale, di autonomizzazione e soprattutto di responsabilizzazione, prima personale e poi collettiva, verso il contesto sociale di appartenenza o altri contesti, anche lontani, liberamente scelti.

In particolare, quali capacità dobbiamo far emergere, stimolare e potenziare?

La centratura intima. Anche prima della offerta di assunzione di qualunque responsabilità, le persone motivate dovrebbero avviare processi di elaborazione profonda, di riflessione e di scelta, di orientamento e di maturazione che facciano sedimentare un sé molto equilibrato e insieme dinamico. Davanti ad ogni occasione esterno e a ogni desiderio o idea operativa che possono diventare iniziative e attività concrete, potrà fare riferimento e basarsi su un proprio (originale e caratterizzato) centro, insieme stabile e capace di muoversi senza esitazioni o ripensamenti (che non siano originati da mutazioni del contesto nel quale si è vitalmente inseriti). Se si è pervenuti a un tale stato, la assunzione di ruoli e di responsabilità dovrebbe avvenire spontaneamente e in modo fluido, con effetti molto positivi sulle realtà con le quali si entra in contatto, siano esse desideri ed esigenze di altre persone, oppure bisogni sociali di azione o di impegno.

L’equilibrio tra il sè e l’esterno è sicuramente il collegamento più delicato e soprattutto più spesso rimesso in discussione dagli eventi che si succedono nel mondo reale. Occorre uno sguardo continuamente attivo, che possa individuare e valutare i fatti esterni, ma che riesca rapidamente a ricollocarli nella giusta prospettiva per quanto riguarda il sistema di relazioni della persona. La capacità di oggettivare gli eventi, di accostarsi ad essi senza illusioni o errori di valutazione, e di decidere senza indugi le reazioni da avviare, ogni passaggio deve essere ben conosciuto e soprattutto continuamente sottoposto a verifiche molto personalizzate.

La consapevolezza (conoscenza di situazioni, fatti ed eventi, nelle loro cause e nei loro effetti) è un fattore essenziale, in quanto non basta accumulare conoscenze e informazioni, ma è necessario valutarli con un massimo di “saggezza” personale, di visioni continuamente aggiornate, di motivazioni fortemente calibrate, in modo da operare sempre con una coscienza esatta dei rapporti che si possono stabilire tra il se e gli eventi esterni, in particolare quelli che possono incidere sulle vicende personali, e sulle capacità di intervenire sulla complessa realtà esterna in continua mutazione.

L’immaginazione (capacità di delineare alternative e di vedersi operativi al loro interno). Questa facoltà è spesso poco presente o presenta forti carenze in molte persone, che hanno bisogno di restare attaccate alle realtà che li circondano per sentirsi al sicuro, e, ansiosi di evitare i rischi, preferiscono non tentare nemmeno di prevedere delle realtà “nuove” rispetto a quelle già sperimentate. Invece questa facoltà di immaginare situazioni diverse da quelle preesistenti è una parte essenziale della creatività personale, deve essere stimolata ed esercitata continuamente e può con il tempo diventare una fonte di ispirazione per le analisi delle realtà esterne e la condizione fondamentale per inserirsi in processi diretti al cambiamento del mondo esterno. Una forte curiosità, continuamente alimentata e arricchita, può costituire un fattore cruciale per i processi creativi e di immaginazione; deve essere mantenuta attiva anche nelle fasi di scarsa connessione con le realtà esterne, e devono esserle offerti continuamente stimoli e contenuti, magari anche non strettamente connessi con i confronti in essere con l’esterno.

Il senso di responsabilità generale (verso la comunità, la società o il paese di appartenenza, verso i fenomeni e i movimenti a scala internazionale o planetaria), può anche non essere presente nella fase iniziale della vita sociale di una persona e può emergere più facilmente se si entra spesso in contatto con fenomeni ed eventi di rilevanza umana, anche quelli più orribili o sanguinosi. Una volta maturata una sensibilità molto accentuata per i mondi esterni, possono nascere desideri o stimoli verso la partecipazione più o meno attiva in processi di cambiamento o di intervento per contribuire alla soluzione di conflitti o piaghe sociali che suscitano emozioni particolarmente accentuate o durature. Sulla spinta a mettersi in moto devono peraltro essere esercitati alcuni “controlli”, per verificare i rapporti di forze in campo, per valutare la portata gli oneri e i costi da sostenere in relazione alle capacità personali già sperimentate e soprattutto per giudicare in piena coscienza gli effetti e le conseguenze degli interventi di ciascuno. Nella stragrande maggioranza dei casi si dovranno realizzare operazioni collettive, che richiedono analoghe verifiche e valutazioni, ma soprattutto si devono prendere in considerazioni i rischi di eventuali fallimenti tra i partecipanti alle attività dirette al cambiamento.

La creazione di alternative (costruzione materiale di ipotesi diverse rispetto alla realtà esistente, talvolta anche in alternativa tra di loro). È forse la capacità di immaginazione di livello più alto, in quanto si deve usare per immaginare interi sistemi sociali, progetti che non hanno precedenti e che non possono ignorare le controforze che si metteranno in moto, e soprattutto nei quali si deve poter avere la massima fiducia che saranno fondamentali per raggiungere le finalità e gli obiettivi ipotizzati (e che possono comprendere comunità di persone anche molto numerose). Le ipotesi di alternativa costituiscono l’occasione più attraente e più complessa per l’assunzione di responsabilità sia personali che collettive; richiedono impegni protratti nel tempo; richiedono molte e articolate capacità di adattamento, specie nelle fasi di transizione dal sistema dato a quello immaginato in via di costruzione.

Lo spirito di iniziativa (una forte spinta all’inserimento e al cambiamento in una realtà che si percepisce profondamente come modificabile). È una facoltà abbastanza rara, in genere assorbita dalle logiche della competitività spietata caratteristiche dei sistemi attualmente dominanti. Quando è orientata alla sottrazione dal dominio, alla ricerca dei cambiamenti più necessari e urgenti, al diffondere e promuovere le iniziative di altri, richiede una assunzione di responsabilità particolarmente qualificata, permeata continuamente da entusiasmo e diretta a scansare le illusioni. Deve anche comprendere una specifica capacità di riconoscere gli errori, sopportare le fasi avverse, risollevarsi da momenti negativi e riprendere il filo rosso del cambiamento nel punto dove si è strappato e ricominciare facendo tesoro degli sbagli commessi.

Fin qui l’analisi è stata condotta in chiave sostanzialmente psicologica, ma senza esplicitare distinzioni di genere, ora forse è opportuno evidenziare il peso diverso che ogni elemento ha per donne e uomini e nelle successive mutazione del sistema economico dominante. È chiaro che negli ultimi trecento anni il sistema capitalistico-patriarcale (due caratteristiche fortemente intrecciate e integrate), ha offerto agli uomini, con il modello della competitività e della concorrenza uno schema di inserimento nella società e comportamentale che, se accettato (o imposto) fin dall’infanzia, permette di sostituire la ricerca della responsabilità personale con una struttura burocratica piramidale, nella quale inserirsi senza problemi e senza fatiche. Alle donne, a loro volta attraverso una violenza secolare, sono state offerte solo collocazioni subordinate, dalle quali era praticamente impossibile uscire anche nei casi di sacrificio della vita. La storia delle donne è costellata di figure altamente autonome, che sono state però perseguitate a morte. Ognuna di esse, però, testimoniava anche la possibilità che le donne potessero, come e più degli uomini, contribuire ai processi evolutivi, e anche l’esistenza di accurati meccanismi di sopraffazione (dai roghi alla negazione del diritto di voto) che hanno impedito in pratica ogni possibilità di moltiplicazione e diffusione di capacità preziose per la storia umana. Al contrario, le società matrilineari e matrifocali che oggi continuano a vivere sia pure in contesti ostili, dimostrano ancora una volta che è possibile organizzare società in cui la responsabilità è collettiva fin dalla più giovane età e che si possono avere economie perfettamente funzionanti basate sulla collaborazione e non su continui tentativi di sfruttamento. Il caso dei Moso, la piccola minoranza che resiste da secoli ai tentativi di assorbimento della Cina, è un esempio molto significativo e ben documentato anche in italiano, ma se ne possono citare fortunatamente molti altri. Quindi le riflessioni qui svolte potrebbero utilmente stimolare ulteriori considerazioni in un’ottica squisitamente femminile, poiché l’assunzione piena e cosciente di responsabilità personali e collettive potrebbe essere la strada maestra da percorrere in una fase storica che vede in dubbio perfino la sopravvivenza del pianeta e della comunità umana come li abbiamo finora conosciuti.
Al termine di questo lungo percorso, sia all’interno che all’esterno della singola persona, ma soprattutto l’inserimento con funzioni propulsive in attività partecipate e condivise, cioè fortemente collettive, vissute come parte di un tutto, costituiscono la base e la concretizzazione di una responsabilità, assunta a titolo personale ma con diffuse conseguenze sociali di cui si è fortemente coscienti e desiderosi.
I processi di cambiamento (desiderati, previsti, intuiti, partecipati e alimentati) diventano così possibili e realistici, le transizioni diventano campo di azioni promosse e condivise, con scadenze indiscutibili e non rinviabili.

 

Il presente articolo è da considerarsi come parte integrativa della relazione che Alberto Castagnola ha presentato a Culture Indigene di Pace 2016, clicca qui per leggere la prima parte se l’hai persa.