LA RIVOLUZIONE GIMBUTAS, Articolo di Morena Luciani Russo

A 100 ANNI DALLA NASCITA DI MARIJA GIMBUTAS CELEBRIAMO CON ARTICOLI ED EVENTI UNA DONNA STRAORDINARIA.

 

Ho dedicato molto del mio tempo a Marija Gimbutas in questi ultimi vent’anni. Come studiosa di antropologia e di culture arcaiche, come artista e come ricercatrice di un percorso sul sacro e sulle declinazioni sciamaniche che il Femminile assume là dove può tornare a manifestarsi.

Mi piace chiamarla Rivoluzione Gimbutas. Un processo che iniziò a disgregare un pensiero archeologico e sociale secondo cui sin dai primordi l’umanità presentava caratteristiche gerarchiche e belligeranti ed era orientata ad un trascendente Dio celeste e punitivo, un passato oscuro che ancora oggi legittima la legge del più forte e dell’accaparramento delle risorse della Terra.

Marija Gimbutas con lo sguardo e la sapienza di una donna genio, osservò ciò che nessuno prima di allora aveva notato, decifrò una simbologia ricorrente sulle statuine e sui manufatti di epoca neolitica, mettendo questo materiale in relazione con quello paleolitico e dell’epoca del bronzo e riuscì a ricostruire una vera e propria mitologia utilizzando gli studi di filologia, etnologia e folklore del mondo slavo a cui apparteneva e di quello mediterraneo. Questo lungo percorso di ricerca e di vita la portò a comprendere che qualcosa di enorme era stato omesso e dimenticato nella narrazione delle origini, un’umanità che si considerava organismo ciclico e ritmico sintonizzato con il movimento circolare della vita, della morte e della rigenerazione e che rappresentava questi stati di esistenza nel corpo di una Grande Madre Cosmica che era Albero, Montagna, Sole, Luna e innumerevoli volti animali.

L’aspetto più affascinante diceva Gimbutas “era la sua capacità di mutare da una forma all’altra, lei poteva essere l’ape, la farfalla, così come la scrofa e questa era una bellissima filosofia, di riverenza e di amore per la Terra”(1).

 

Prima della Rivoluzione Gimbutas la preistoria era un luogo oscuro e “primitivo”(2), dopo le sue ricerche divenne un luogo di bellezza, di donne e uomini evoluti che vivevano in pace e in unione con le forze naturali, che conoscevano i segreti del cielo, del suono e delle energie che si muovono tra il corpo umano e quello della Terra. Credo che solo i primi resoconti etnografici sugli Aborigeni Australiani e sui Boscimani, possano darci un’idea di come le nostre Antenate e i nostri Antenati vivessero allora il rapporto con il cosmo e di quello che Marija Gimbutas colse attraverso i suoi studi.

La società belligerante, gerarchica e androcratica, definita da Gimbutas “cultura Kurgan”, arrivò solo in un determinato momento storico, attraverso i popoli proto-indoeuropei delle steppe che invasero a più ondate tutta l’Europa e il Mediterraneo tra il 4300 P.E.C. e il 2800 P.E.C. (3). Questa teoria che creò molti problemi all’interno del mondo accademico archeologico, fu confutata in tutti i modi fino a pochi anni fa, quando uno dei maggiori esponenti dell’archeologia mondiale e accanito antagonista di Marija, Colin Renfrew, ammise pubblicamente che la teoria Kurgan aveva ormai solide basi.

Cosa significa tutto ciò? Che non siamo esseri condannati a vivere in un mondo di violenza e di prevaricazione perché questo fa parte di una innata “natura umana”. Si tratta di un mito che ci è stato narrato per millenni e che ora ha bisogno di tutta la nostra tenacia e volontà affinché venga lasciato alle spalle e si chiuda un capitolo doloroso della storia del mondo.

 

Attraverso l’opera di Marija Gimbutas siamo stat* chiamati/e a comprendere come funzionava una vera civiltà, una cultura che produceva un’alta qualità della vita e di felicità per tutti gli esseri, quali fossero le mitologie che guidavano quella società in cui non c’era predominio sulle donne e sulla natura e che ancora oggi sono stratificate nei miti e nelle storie che la cultura kurgan, patriarcale e violenta, ci ha tramandato capovolgendone i valori, ma non è riuscita del tutto a cancellare. E nei simboli violati, nei manufatti, nelle danze e nei canti, in quello che rimane delle feste popolari, tra le righe degli antichi poemi, quel tesoro nascosto ha iniziato ad emergere e sta portando un’ondata di nuova conoscenza, non più orientata allo sviluppo intellettuale dell’ego, ma ad una coscienza allargata capace di illuminare il cammino nostro e di chi verrà.

Ho conosciuto così tante persone in questi anni che hanno integrato la loro visione del mondo con il lavoro di Marija Gimbutas, specialmente qui in Italia. Chiaramente studiose e studiosi di archeologia, di storia o di lingue antiche, che possiedono conoscenze vastissime e approfondite, anche se spesso fuori dai canali ufficiali del sapere, ma anche persone che lavorano nell’ambito dell’arte visiva, della musica e della danza, del teatro e del cinema, della psicoterapia e dell’educazione, dell’ecologia e dei diritti umani. A dispetto di quello che si pensa, non si tratta solo di donne ma anche di molti uomini, i quali stanno dedicando la loro intera vita alla riscoperta della dea nei nostri territori italiani o addirittura che custodiscono e si prendono cura dei suoi antichi luoghi sacri. Ogni anno che passa mi rendo conto che l’eredità di Marija Gimbutas è sempre più forte nella nostra Terra e credo che lo sia perché qui, le radici delle Antiche Madri sono ancora molto vive e forti.

A lei ho dedicato l’associazione Laima e un intero convegno internazionale, al fianco di Luciana Percovich, Daniela Degan e Sarah Perini. Ho svolto molti progetti nelle scuole, una lezione all’Università di Torino, alcune performance in cui dipingevo sul corpo delle donne i simboli dell’Antica Europa, simboli che continuo ad utilizzare nella mia arte, ma l’eredità più grande di Marija Gimbutas resta per me quella umana.

Ho iniziato a scrivere questo articolo il giorno in cui con le donne della Cerchia delle Lune di Torino abbiamo celebrato l’imminente parto di una di noi, una cerimonia delicata e amorevole in cui dalla più anziana alla più giovane abbiamo mandato le nostre benedizioni alla mamma e al suo bambino e sono tornata a casa con la consapevolezza che nessuna donna del gruppo aveva mai potuto vivere un evento di questo genere prima di diventare madre. Credo che quel giorno abbiamo donato a ognuna di noi, a questa mamma e al suo piccolo, qualcosa di profondo e potente, ma nulla di tutto ciò poteva essere fatto senza il lavoro di Marija, senza le sue incredibili intuizioni, senza la forza e la centratura con cui ha continuato il suo lavoro, nonostante i numerosi e potenti dissuasori.

Marija Gimbutas è stata una donna immensa, ha spalancato le porte affinché lo spirito del Femminile potesse di nuovo abitare il mondo, nutrire sogni collettivi e rieducarci ad agire in armonia con il cosmo. Piano piano, dopo cento anni gli effetti di questa rivoluzione si stanno solo intravedendo, ma come ci insegna la Vecchia dell’Inverno che custodisce con pazienza i semi nel suo ventre scuro, il buio che vediamo attualmente nel mondo è solo apparente immobilità.

 

(1) Citazione dal documentario “Voice of the Goddess: Marija Gimbutas”, libero su Youtube
(2) Rimando al mio libro “Donne Sciamane”, Venexia 2012, per un approfondimento della visione oscurata della preistoria.
(3) “Il Linguaggio della Dea”, Venexia 2008

 

Consiglio anche la lettura dell’articolo di Luciana Percovich “Ricordando Marija” e di quello di Daniela Degan “Il Linguaggio della Dea”

FOTO  di Anna Lami, estratte dal convegno “Marija Gimbutas. Vent’anni di Studi sulla Dea”