L’eterno rinnovarsi della vita: i segni e i simboli

Estratto dalla mostra espositiva di reperti archeologici provenienti dalle Grotte di Latronico (Potenza).

A cura di Filomena Tufaro, archeologa

 

Latronico (1)

La mostra “L’eterno rinnovarsi della vita: i segni e i simboli”, organizzata nell’ambito delle attività del Museo Archeologico Provinciale di Potenza, espone al pubblico una selezione di reperti significativi provenienti da un sito caposaldo per la conoscenza della preistoria in Basilicata, le Grotte di Latronico.

Le cinque cavità che compongono il complesso delle grotte di Latronico, si aprono sul versante sinistro del fiume Sinni, in località “Calda” o “Bagni di Calda”, ad una quota di circa 760 metri sul livello del mare, in una posizione ottimale, sia per l’adiacente presenza di sorgenti di acque termali sia per la collocazione lungo una importante via di comunicazione tra i versanti tirrenico e jonico della Penisola.

 

Le indagini archeologiche, condotte per la prima volta nel 1912-1913 dall’allora direttore del Museo Provinciale di Potenza, Vittorio Di Cicco, ripresero nel 1972 e proseguirono fino al 1988 ad opera di G. Cremonesi dell’Università di Lecce e successivamente di Pisa. Le ricerche, nonostante il rimaneggiamento e la trasformazione che le grotte subirono negli anni, permisero di constatare la straordinarietà del complesso, caratterizzato da una continuità di frequentazione dal Mesolitico all’età dei Metalli.

 

L’esposizione dei reperti, selezionati anche sulla base di significativi motivi decorativi, dotati di evidente valore simbolico, si propone di fornire una chiave interpretativa dell’universo sotteso al mondo materiale delle culture preistoriche. Dunque semplici segni e simboli, quale quello della spirale, per parlare del senso della vita che i nostri antenati con essi esprimevano, quella “visione organica” dell’esistenza, di cui il sito di Latronico ci offre incessanti suggestioni: la grotta, grembo materno a cui chiedere la fertilità, a cui tornare; l’acqua, nel suo continuo fluire, simbolo del perpetrarsi della vita e del rinnovarsi dell’esistenza, capace di curare e di nutrire, lei che nel suo scorrere sotterraneo e nel suo emergere conserva i segreti della Terra e prepara la rinascita. Attraverso un processo di attualizzazione, i simboli diventano immagine stessa del divenire, della trasformazione urgente e necessaria, non più basata sulla cultura del dominio e della distruzione, ma su relazioni profonde e sentite, in consonanza con le energie creative della natura.

 

Immagine_Grotta (1)

 

LA TERRA

“La Madonna dal viso nero, tra il grano e gli animali, non era la pietosa Madre di Dio, ma una divinità sotterranea, nera delle ombre del grembo della terra, una Persefone contadina, una dea infernale delle messi … Questa Madonna nera è come la terra; può far tutto, distruggere e fiorire … non è per i contadini, né buona né cattiva; è molto di più. Essa secca i raccolti e lascia morire, ma anche nutre e protegge …” Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli.

Nel grembo della terra, luogo sacro primordiale, gli incessanti cicli di vita, morte, rinascita si perpetrano e si intrecciano. Le grotte prestandosi, per loro stessa natura, ad essere legate al tema della morte e rigenerazione della vita, divennero l’ambientazione di rituali in cui la Terra Madre veniva invocata per l’abbondanza del raccolto e la salute di animali e uomini.

Culti di tipo agrario sono noti sia per il Neolitico che per l’età del Bronzo; le manifestazioni più evidenti consistono, in genere, in fosse scavate nei depositi di grotta o in circoli di pietre contenenti offerte di vasi, frutti, cereali, legumi. A Latronico, nella cosiddetta Grotta Grande, la prima ad essere stata indagata, un culto simile, riferito all’età del Bronzo, è stato riconosciuto nella deposizione di tre vasi rinvenuti ricolmi di semi e frutti selvatici.

Sono altresì interpretate quali importanti espressioni di culti agrari resi alla Dea Madre Terra, le numerose statuine femminili provenienti da diversi contesti neolitici e le raffigurazioni di volti, posti a rilievo sugli orli dei vasi, di cui a Latronico troviamo testimonianza nei livelli finali del Neolitico della Grotta n. 3.

Nel fluire continuo del ciclo vitale, usi cultuali e funerari si integrano tra loro: l’utilizzo delle cavità di Latronico quali luoghi adibiti a sepolture potrebbe essere indiziato dal rinvenimento nei depositi delle grotte n. 2 e 3 di ossa umane, sia maschili che femminili, riferibili ad individui giovani e adulti, ad un bambino e a un feto. Inoltre, numerosi anfratti e fessure nelle rocce furono utilizzati come grotticelle funerarie nel corso della prima età dei Metalli.

 

L’ACQUA

“Sotto il paese, dalle estreme pendici dell’Alpe che scendono alle fresche acque del Sinni, sgorgano copiose le acque solfuree; e poiché la loro temperatura è a 23°, nell’inverno, rigido in quella regione, sono sensibilmente calde, e una lieve nebbia talora le avvolge, ‘fumano’ come dicono quei valligiani, donde il nome di ‘La Calda’ dato alla contrada”. U. Rellini, La caverna di Latronico e il culto delle acque salutari nell’Età del Bronzo.

Il breve passo tratto dalla pubblicazione di Ugo Rellini del 1916, evidenzia un aspetto peculiare del sito archeologico di Latronico: la prossimità alle acque fluviali e sulfuree. La vicinanza di queste ultime indusse lo studioso ad ipotizzare che le Grotte potessero essere state sede, durante l’età del Bronzo, di un culto delle acque salutari. La documentazione archeologica, tuttavia, non ha consentito di confermare tale ipotesi, lasciando irrisolta la questione del rapporto delle grotte di Latronico con un eventuale culto delle acque.

Il binomio rituale acqua-grotta, in cui il tema della Madre Terra dispensatrice di fertilità si coniuga con l’acqua, elemento essenziale per la vita, è documentato in numerose cavità carsiche della penisola italiana. La manifestazione più evidente è rappresentata dalla deposizione di vasi al di sotto di formazioni stalagmitiche per la raccolta delle acque di stillicidio. L’esempio più noto e significativo è quello di Grotta Scaloria, nei pressi di Manfredonia, dove sono presenti sia l’acqua di stillicidio, per la cui raccolta erano stati posizionati vasi dipinti con complessi motivi decorativi, sia un laghetto naturale, localizzato nella parte più profonda della cavità.

Culti analoghi erano destinati alle acque correnti, come nel caso della Grotta di Pertosa, un imponente corridoio carsico attraversato da un corso d’acqua, che ne invade la parte terminale, dove, in un anfratto della roccia, furono rinvenuti, impilati e allineati centinaia di vasi miniaturistici. Offerte erano dedicate anche nei pressi di sorgenti, laghetti all’aperto e fenomeni di vulcanesimo secondario (fumarole, fonti termali e sulfuree).

 

IL SOSTENTAMENTO

“… le comunità pastorali, agricole, di pescatori hanno sviluppato i saperi e le attitudini necessarie per ricavare il sostentamento dalla diversità vivente della terra, dei fiumi, dei laghi, dei mari …” Vandana Shiva, Monocolture della mente.

Ugo Rellini, sulla base dei dati in suo possesso, che rivelavano una totale assenza di resti di pasto, carboni e industria litica e su osso, attribuì, nello specifico alla Grotta Grande, una funzione esclusivamente cultuale. Gli scavi condotti negli anni ’70 del secolo scorso, tuttavia, dimostrarono che la grotta fu adibita anche ad abitazione, come testimoniato da resti faunistici, di carboni e ceneri, oltre che dalle industrie. Tale uso, documentato anche per le altre grotte che compongono il complesso, non costituisce, del resto, motivo di esclusione di una funzione cultuale.

Ceramiche e oggetti d’uso quotidiano rappresentano una fonte preziosa di informazioni in merito alle attività economiche e tecnologiche delle comunità che si sono avvicendate nel popolamento del territorio.

Tra gli oggetti in terracotta compaiono numerose fuseruole che attestano la diffusione e lo sviluppo della tessitura di fibre animali e vegetali.

Frammenti di macine, relativi alle diverse fasi di frequentazione, documentano la pratica dell’agricoltura; resti di animali domestici e bollitoi sono importanti testimonianze delle pratiche dell’allevamento e della pastorizia.

L’industria su osso, costituita prevalentemente da punteruoli e spatole, comprende anche un amo (Grotta n. 3), importante indizio dell’attività di pesca praticata nel vicino fiume, alcuni cilindretti forati e un oggetto in osso levigato, decorato con una fila di cerchietti incisi con punto centrale.

Gli oggetti e gli strumenti litici includono lame, cuspidi di frecce e geometrici, asce e scalpelli in pietra levigata, macine.

 

I SIMBOLI

Le più antiche raffigurazioni della spirale risalgono al Paleolitico superiore, quando compare incisa su oggetti o dipinta sulle pareti di grotte, legata, nel suo aspetto serpentiforme e meandriforme, al simbolismo delle acque.

Semplice o a doppio avvolgimento, il motivo diventa espressione peculiare della civiltà neolitica di Serra d’Alto, una cultura che prende il nome dalla collinetta presso Matera dove più cospicui furono i rinvenimenti, e che si diffuse dalla Puglia alla Sicilia fino all’Italia centrale e, tramite scambi, all’Emilia e al Trentino.

Gli elementi decorativi dipinti sulle ceramiche di Serra d’Alto sono in realtà vari e articolati e includono serie di triangoli e rombi in composizioni complesse, serie di fasce incrociantesi a formare motivi triangolari, romboidali, scacchiere, motivi meandriformi e linee a tremolo. Molti dei grafemi che caratterizzano tale ceramica si ritrovano quali motivi predominanti di pitture parietali all’interno di grotte denotate da forte valenza cultuale. Il caso più noto è quello di Grotta dei Cervi di Porto Badisco (Otranto, Lecce), un vero e proprio “santuario della tarda preistoria mediterranea”.

Isolata o inserita all’interno di più complesse decorazioni, la spirale non appare quale semplice motivo decorativo o ornamentale, ma mostra una forte valenza simbolica. Energia cosmica che agisce e presiede allo svolgersi del tempo ciclico, racchiude in sé il ritmo alterno di nascita e morte, di trasformazione e rigenerazione.

Se il Neolitico rappresenta un momento di splendida diffusione del simbolo, esso tuttavia non scompare, ma si protrae, quale retaggio simbolico, nell’età del Bronzo, fino a diventare nuovamente protagonista della decorazione vascolare. Spirali e ornati meandro-spiralici incisi e intagliati sulle pareti dei vasi e sulle tese degli orli, spesso con riempimento a punteggio e tratteggio, diventano sinonimo della civiltà appenninica, diffusa durante la media età del Bronzo peninsulare. Le Grotte di Latronico offrono di questo “motivo sacro” una straordinaria testimonianza, un elemento, che unito alle altre componenti, avvalora la possibilità di un uso cultuale del luogo, e soprattutto la presenza di una visione in cui era riconosciuta agli individui la possibilità di rimanere, senza mai uscirne, nelle movenze eternamente rinnovantesi del ciclo vitale.