L’umanità può sopravvivere alla medicina riproduttiva? Michel Odent a CIP 2016

Intervento di Michel Odent e Clara Scropetta al terzo convegno di Culture Indigene di Pace.

Quest’anno abbiamo chiesto ad alcune studentesse universitarie di relazionare allo scorso convegno, anche per ascoltare cuori e menti di giovani donne. Qui di seguito il contributo di Anna Bassi.

Michel Odent e Clara Scropetta

Michel Odent e Clara Scropetta

La magia della nascita non cessa mai di incantarci e stupirci. Generazione dopo generazione, i ventri delle donne sono diventati rotondi per custodire i semi delle vite future che sarebbero sbocciate. Un evento naturale, antico come il mondo stesso, un autentico atto fondativo della civiltà. Curiosamente, di naturale del parto è rimasto ben poco poiché è sempre stato oggetto di forti interferenze culturali non solo nella società occidentale ma anche presso tantissime altre culture molto diverse tra loro. In qualche modo l’essere umano si è sempre dovuto intromettere tra la diade madre-figlio operando con le procedure più svariate per impedire di instaurare un autentico contatto sia dal punto di vista fisiologico che dal punto di vista emotivo (che sono in realtà indissolubilmente legati). Quali sono le interferenze che vengono commesse oggi, ma che non vengono percepite come tali perché propugnate dal “sapere forte” delle autorità mediche? Tali errori ci sono stati svelati da Michel Odent, medico chirurgo e pioniere del parto naturale, che è stato ospite del terzo convegno di Culture Indigene di Pace che si è svolto a Torino il 18, 19 e 20 marzo 2016. Clara Scropetta, sua fidata collaboratrice, si è occupata dell’indispensabile compito della traduzione dal francese.

La donna è biologicamente strutturata per affrontare il momento del parto. Se così non fosse, semplicemente la specie umana non esisterebbe. Peccato che quasi nessuno sia in grado di pensarla così, dato che i bambini vengono “fatti nascere” da sapienti stuoli di medici, ostetriche, neonatologi, dopo essere passati per un lungo iter di visite specialistiche durante i nove mesi che precedono il parto. Dov’è la donna in tutto questo processo? È un oggetto passivo e non soggetto attivo in quanto la creatura che reca in grembo viene “fatta nascere” da altri.

Protagonista silente delle relazioni che instauriamo, siano esse con la madre o con un partner amoroso, è l’ossitocina. Si tratta di un ormone che viene rilasciato in diversi momenti fondamentali: durante il travaglio per indurre e mantenere le contrazioni, durante l’allattamento e in presenza di un contatto con i nostri cari, specie col partner amoroso. Essa contribuisce attivamente nel rinsaldare i legami che instauriamo con gli altri, determinando la nostra capacità di amare e di entrare in relazione con “l’altro”. Per questi motivi l’ossitocina è considerata il vero e proprio ormone dell’amore. Essa viene definita un “ormone timido” perché è discreta. Si trova a suo agio nel buio e nel silenzio, come una bimba che arrossisce facilmente che trova conforto tra la gonna della madre. Ma se pensiamo al parto ospedaliero delle donne occidentali, di buio e silenzio ne troviamo ben poco. Enormi neon sono puntati tra le gambe delle donne, per consentire a medici e infermieri di vedere bene ciò che accade. E di certo non stanno zitti: parlano tra loro, incitano la donna a spingere in un modo piuttosto che un altro. Il risultato è molto semplice: troppa luce e troppo rumore equivalgono a niente ossitocina. La sua “timidezza” le impedisce di esporsi in un luogo così trafficato e poco accogliente. “Ma- ecco, le sentite le  proteste di un dottore?- “ che assurdità è mai questa? Se si partorisse senza una sufficiente illuminazione, come si potrebbe tenere la situazione sotto controllo? E le parole sono indispensabili per suggerire alla donna come deve fare.” Ma la donna è forse un burattino nelle mani dei medici? Il suo corpo, i corpi di tutte le donne nel mondo, non racchiudono quest’antichissima sapienza, antica come il mondo stesso? Ogni tanto tra i fatti di cronaca ci raccontano di come alcune ragazze adolescenti riescano a partorire da sole, chiuse in bagno, occultando accuratamente tutto. Se le difficoltà del parto fossero di natura meccanica, tutti i travagli risulterebbero difficili.  I parti più veloci e privi di complicazioni avvengono quando la donna si lascia andare a ciò che le accade nel corpo, perché il corpo sa. Le inibizioni cadono, e si riscopre quella parte primitiva che giaceva sopita: di frequente le donne che provano questo stato di grazia urlano, dicono parolacce e bestemmie, possono anche mordere chi si trova di fianco a loro. E i loro occhi ci dicono che si trovano in un’altra dimensione, là dove le acque della vita e quelle della morte si infrangono in un limbo senza tempo. Il parto è un atto sacro, di cui si è persa l’antica memoria. Merita un tempio, e il giusto grado di raccoglimento e preghiera da parte di chi assiste. Cosa si può fare quando una donna sta per partorire? Bisogna semplicemente creare e mantenere le condizioni ideali affinché lei possa sentirsi tranquilla e protetta. Un ambiente familiare, in penombra, nel silenzio, senza persone che creano trambusto ma solo con una figura protettiva che stia vicino senza essere invadente. E soprattutto che riesca a mantenere una tranquillità interiore, perché deve trasmettere serenità alla madre. L’agitazione è facilmente contagiosa. Basterebbe un po’ di empatia: agitazione, rumori e trambusto non tranquillizzano di certo una donna in travaglio, così come quelle fastidiosissime luci al neon puntate negli occhi sono tutt’altro che d’aiuto. Si entra in un’altra dimensione, non dissimile dal sonno e dalla preghiera. Non si può dormire col rumore e senza la giusta penombra. Diventa più difficile pregare in un luogo frastornante. Inoltre è importantissimo fare in modo che la donna non si senta osservata, perché la timida ossitocina si ritirerebbe. La presenza del padre o di persone che “stanno addosso” alla donna magari riprendendo il tutto con una videocamera non è certo salutare.

Ma entriamo ora più nel dettaglio dei meccanismi biologici che presiedono il funzionamento del cervello durante il parto: la neocorteccia è quella parte cerebrale che presiede le attività più “evolute” quali il linguaggio, e si attiva in presenza di stimoli visivi e sonori. Durante il parto si attivano le strutture cerebrali più arcaiche, che interferiscono con le funzioni svolte naturalmente dalla neocorteccia che deve essere quindi “spenta”. Possiamo proporre un esempio analogo relativo agli amplessi amorosi; se noi parlassimo durante l’amore, spegneremmo la nostra eccitazione e quella del partner perché l’attività neocorticale inibisce la componente istintuale che viene messa in campo durante l’atto sessuale. La stessa cosa avviene nel parto poiché è regolato dagli stessi centri cerebrali.  In Italia la percentuale di parti cesarei è molto più alta rispetto a quella dei paesi scandinavi: che una delle possibili risposte che spieghino il fenomeno sia legata al fatto che gli Italiani sono tendenzialmente più loquaci dei popoli nordici? L’eccessivo uso della parola durante la sala parto ha effetti inibitori che possono far “spegnere” la donna e quindi si necessita un intervento esterno. Per quanto concerne il rapporto con la luce, dobbiamo sapere che la melatonina è l’ormone dell’oscurità. La sua presenza è indispensabile a livello nervoso perché fa spegnere la neocorteccia, e anche nell’utero troviamo i recettori per la melatonina che lavorano in sinergia con l’ossitocina. Ecco spiegata l’importanza del fattore buio all’interno della sala parto. Queste considerazioni già in passato furono fatte empiricamente da ostetriche a infermiere, ma fino a poco tempo fa non sono state mai state prese seriamente in considerazione dai medici. Parlare di penombra suscitava tra le autorità mediche commenti ironici e irrisori. Recenti studi ipotizzano che le prime “sale parto” fossero le grotte: ambienti raccolti, protetti da predatori e intemperie, bui. La donna vi si recava da sola a partorire, come fanno del resto gli animali: si tratta di un momento vulnerabile in cui si è esposte ai pericoli, è naturale ricercare una situazione protetta. Probabilmente una persona vicina alla madre stava nei paraggi per controllare che non insorgessero difficoltà, e da qui è nata progressivamente la figura della levatrice.

Concludiamo con una importantissima considerazione. Al giorno d’oggi, in qualunque ospedale del mondo, alle donne che partoriscono per via vaginale viene somministrata ossitocina sintetica per via endovenosa. Perché tutto ciò? Forse le donne non sono più capaci di liberare naturalmente questo ormone? Che lo stile di vita delle donne moderne abbia compromesso questa capacità? Darwin ci insegnò che una funzione fisiologica non utilizzata si indebolisce di generazione in generazione. Considerato che la durata del travaglio al giorno d’oggi è più lunga rispetto a 50 anni fa, potremmo già stare assistendo ad un’alterazione. Inoltre, quali conseguenze può avere sul nascituro la massiccia esposizione di ossitocina sintetica? Il bambino o la bambina la assorbono tutta poiché arriva direttamente dalla placenta e non viene nemmeno filtrata dal fegato; quali sono i possibili effetti di questa massiccia esposizione della variante sintetica dell’ossitocina? Esistono pochissimi studi che sono stati effettuati a riguardo, ma si tratta di una domanda di vitale importanza perché se tutti i bambini e le bambine del mondo (o perlomeno coloro che nascono negli ospedali dei paesi fortemente medicalizzati) sono sottoposti a tale scarica di ormoni, ci può essere una compromissione a livello mondiale dell’ossitocina che si traduce nella incapacità di amare e di entrare in relazione con gli altri. È un aspetto di vitale importanza che deve assolutamente essere preso in considerazione: come ameranno le nostre figlie e i nostri figli? In origine l’essere umano non è stato programmato per pensare a lungo termine: prima dello sviluppo di agricoltura e allevamento si viveva alla giornata. Circa 10.000 anni fa con la rivoluzione neolitica i nostri antenati sono stati obbligati a pensare in termini di ciclicità delle stagioni e quindi provvedere alla costruzione di un proprio futuro che rispettasse dei tempi di semina e mietitura delle colture. Ma ora come ora siamo obbligati a pensare molto più a lungo termine perché le nostre azioni più semplici avranno conseguenze che dureranno millenni: l’utilizzo di energie nucleari e combustibili fossili avrà una ripercussione grave e duratura sul pianeta che lasceremo alle generazioni future. Occorre sviluppare un pensiero trasversale, più sottile, che si interroghi profondamente sul senso delle nostre azioni più quotidiane e sulla loro origine. Non possiamo rimandare, non possiamo vivere alla giornata facendo finta che queste problematiche globali, così come moltissime altre, non esistano. Specialmente le interferenze più silenti, come quelle connesse alla somministrazione di ossitocina sintetica, che, su scala mondiale, potrebbero avere effetti tali da modificare significativamente le capacità relazionali dell’essere umano. C’è una solo modo per impedire che la nostra civiltà e la nostra Madre Terra si sgretolino progressivamente: diventare consapevoli.

 

LEGGI ANCHE LA NOTA DI LUCIANA PERCOVICH ALL’ARTICOLO CLICCANDO QUI