Recensione de ‘Il Sentiero della Terra’ di Starhawk

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A cura di Stella del Sud

 

Chi è l’autrice de “Il sentiero della terra – integrarsi con i ritmi della natura” lo dice lei stessa nel capitolo iniziale. Il suo vero nome è Miriam Simos, scrittrice e attivista. Definizione che trovo riduttiva e poco vicina alla sua vera natura.

Si definisce “una Strega da più di trent’anni, una sacerdotessa della Dea della nascita, della crescita, della morte e della rigenerazione. Ai miei occhi il mondo naturale è l’incarnazione del sacro. Ho scritti libri, ho creato riti, ho praticato e insegnato la magia, l’arte cioè di piegare la coscienza alla volontà. Ho aderito a cortei e dimostrazioni, ho organizzato marce di protesta, sono stata addirittura arrestata battendomi in difesa del mondo naturale. La natura è il cuore della mia spiritualità”. Già in queste poche righe si cela l’essenza di questa donna favolosa.

Starhawk decise trent’anni fa di dedicarsi alla stregoneria che assegna un ruolo centrale alla donna, al corpo e all’eros. Tutto ciò però nella e con la Natura i cui cicli sono da onorare non in astratto ma in diretto contatto.

È il diario di viaggio di una donna che da “turista della natura” diviene  una vera e propria abitante della terra, una persona che non si limita ad amare gli alberi ma è capace anche di piantarli e potarli consapevole del delicato ruolo che essi giocano nel nostro ecosistema. Tale viaggio ha trasformato la sua comprensione della Dea, che è il nome con cui ci riferiamo al grande ciclo di nascita, crescita, morte e rigenerazione a cui obbedisce il mondo vivente.

Nell’arte magica non si crede nella Dea: ci si connette a Lei, attraverso la Luna, le stelle, l’oceano, la terra, gli alberi, gli animali e attraverso noi stessi. Lei è sempre presente, è dentro ognuno/a di noi.

Essere una Strega dunque significa accedere a nuovo universo, a un mondo vivo e dinamico, dove ogni cosa è parte di un unico insieme interconnesso, dove tutto ci parla, se abbiamo orecchie per ascoltare.

Non è obbligatorio, afferma Starhawk, vivere in campagna per godere di tutto ciò, anzi, questo libro si rivolge proprio a coloro che vivono in città invitando ad agire attraverso piccoli gesti quotidiani, come quello di  aprire semplicemente  una finestra e respirare.

Se vogliamo, dice l’autrice, davvero conoscere la Dea, dobbiamo imparare a vivere con pienezza il mondo naturale che ci circonda, tanto in città quanto in campagna e nella natura selvaggia. Dovremmo aprire gli occhi e osservare ciò che è sempre stato lì davanti a noi, sforzandoci anche di riconciliare scienza e spiritualità, aprendo la nostra coscienza a quella che ci circonda.

Gli obiettivi che l’autrice si pone in questo libro sono 4:

  1. Fornire spunti per attività ed esercizi che ci insegnino ad osservare, a sentire qualcosa
  2. Farci conoscere almeno in parte con il cuore, lo spirito, la mente, le dinamiche del mondo naturale, attraverso storie, miti e viaggi in trance
  3. Insegnarci a parlare, a creare riti naturali, a comunicare con la natura vivente che ci circonda
  4. Darci gli strumenti utili a conoscere le possibili soluzioni, le scelte pratiche che possono trasformare il nostro stile di vita, migliorando la nostra armonia con la natura.

La visione attuale del mondo è meccanicistica e presuppone dunque che esso sia conoscibile e controllabile ma evidentemente non può essere così.

Tale visione ha influenzato non solo l’economia ma tutti gli altri aspetti della vita e delle relazioni, in primis quella con la Natura. E’ un modello che non considera i sistemi ma i singoli elementi e per tale motivo è riduttivo; è un altro paradigma che dovremmo adottare quella che riporta ad una visione olistica e di insieme, che presuppone che ogni singola azione o trasformazione produca miriadi di effetti, più o meno intenzionali. Un modello dinamico, quindi, che preveda un universo vivo ed animato dove la magia può avere un ruolo importante. La magia infatti è un esercizio del pensiero e prende avvio dalla comprensione di come si forma la nostra coscienza e di come si costruisce la nostra visione della realtà. Dall’Inquisizione in poi qualunque idea di universo animato, interconnesso e dinamico è stata guardata con sospetto e liquidata come eretica o semplicemente infondata. Ma ogni volta che un’area del sapere viene dichiarata fuorilegge, si argina la libertà di pensiero.

Continua in questa direzione l’autrice sostenendo che

 

“quando parliamo la lingua stabilita dal codice culturale dominante, tutte le volte che ci sforziamo di adeguare le nostre idee al sentire comune limitiamo le nostre possibilità di pensiero e di parola. Ma quando usiamo la parola magia, quando usciamo dagli schemi comuni e smettiamo di preoccuparci del giudizio della gente, ci accorgiamo che tutto a un tratto possiamo pensare qualsiasi cosa e siamo in grado di spingere la nostra ricerca al di là delle solite categorie mentali”.

Il mondo contemporaneo però ci costringe spesso a vivere nei confini angusti di una coscienza che non ci appartiene, ad accettare i limiti come oggettivi e a liquidare qualsiasi altra forma di pensiero come fantasiosa, romantica o utopistica. Eppure quel mondo così angusto non è che il riflesso della nostra chiusura mentale.

A tal proposito,

“il mondo di oggi è talmente spento, alienante e frammentario che molti sentono il bisogno della magia, di una via che consenta di percepire e vivere il tutto e schiuda le porte a un universo dinamico e animato”.

La magia quindi ci rende consapevoli degli schemi attraverso cui vediamo ciò che ci circonda e ci insegna a non confonderli con la realtà, a non scambiare la mappa geografica per il territorio, inoltre ci aiuta a capire se un ecosistema è sano: lo è se è caratterizzato da scambi collaborativi e interdipendenti, se c’è al suo interno il giusto grado di differenziazione e complessità, se c’è abbondanza (che consiste nel distribuire le risorse e l’energia in modo che i membri di una comunità ecologica possano prosperare), se c’è libertà e creatività, e infine amore, compassione, gratitudine e gioia.

È importante fare le scelte giuste e iniziare con piccoli passi per portare il cambiamento ricordando che “è possibile cercare gli interstizi fertili tra i sistemi, quelle linee di confine in cui si generano nicchie e spinte dinamiche”.

La Dea prende corpo nel mondo naturale e la scienza, nel suo senso più autentico, è lo studio della natura. La nostra tealogia quindi deve essere tanto mistica quanto empirica.

La spiegazione biblica e darwiniana dell’evoluzione non ci soddisfa pienamente, mentre la teoria di Gaia sembra essere più in sintonia con quanto accade nell’universo. La storia di Gaia ci insegna che l’universo è straordinariamente creativo, reattivo e mutevole. A sopravvivere non sono mai le forme di vita più competitive o aggressive ma quelle che collaborano, comunicano e trovano il modo migliore per condividere le cose.

Inoltre, ci insegna che il cambiamento non è necessariamente un processo graduale ma può presentarsi anche sotto forma di “equilibrio intervallato”, una condizione di stabilità alternata da singoli momenti di crisi. Quindi si potrebbe definire “gaianismo sociale” il pensiero che riconosce i bisogni e gli interessi individuali ma li vede soddisfatti al meglio all’interno di sistemi di cooperazione e aiuto reciproco.

La storia dell’evoluzione di Gaia cambia la nostra prospettiva sulla natura, ci consente di guardare al di là del singolo albero, al sistema nel suo insieme, di rispettare non solo le creature visibili ma anche quelle invisibili ad occhio nudo che vivono sopra e sotto di noi, di riconoscere gli schemi e le relazioni oltre il singolo individuo. Inoltre, questa storia ci infonde speranza: ognuna delle nostre cellule racchiude un’enorme energia creativa. La natura degli esseri viventi è di per sé elastica e noi, con il nostro cervello, abbiamo la capacità intrinseca di evolverci in modo da alimentare e sostenere le strutture viventi che ci circondano.

Il primo requisito per stabilire un rapporto più profondo con la natura è la capacità di osservazione. Per osservare davvero dobbiamo innanzitutto uscire dai nostri pensieri e inoltrarci nel bosco. Dobbiamo chiudere il libro in cui è scritta la nostra storia, far tacere il monologo, o quantomeno abbassare il volume, e metterci all’ascolto dell’ambiente intorno a noi.

Un altro passo importante per entrare in connessione con la natura è liberarsi delle proprie storie, quelle che ci raccontiamo per porci dei limiti. Ma come si libera delle storie? Alcuni per riuscirci hanno bisogno di un forte sostegno emotivo e di un percorso psicoterapeutico. Ma anche la pratica magica può aiutarci ad ascoltare, a comprendere e dialogare con i nostri intimi stati di coscienza, così come con il mondo esterno: l’obiettivo finale è quello di prendere coscienza del nostro stato di consapevolezza e di scegliere a ragion veduta in quale condizione desideriamo vivere. Ogni cambiamento personale implica un nostro atto di volontà e una nostra attiva partecipazione.

Questa “liberazione” può avvenire lavorando in gruppo e identificando i personaggi che recitano le varie storie: dopo aver riconosciuto i personaggi che ci sono di intralcio e averli presentati agli altri del gruppo, possiamo riderne tutti insieme. Per sbarazzarci dei personaggi che ci ostacolano, dobbiamo sapere cosa si prova a vivere senza di loro, a essere liberi e sicuri come un animale nel suo territorio mentre percorre tranquillamente il suo percorso abituale. Dobbiamo puntare a raggiungere uno stato di calma neutra, senza agitazioni o sprechi di energia ma con ampie riserve di energia e forza a nostra disposizione. Dobbiamo cioè arrivare a quello che Starhawk chiama il “sé essenziale”. Ancorarci al nostro sé essenziale dovrebbe divenire un esercizio quotidiano come quello del radicamento, specie nei momenti di stress e di tensione. In questo luogo interiore riusciremo non solo ad assorbire più informazioni ma anche a prendere decisioni consapevoli, ad agire anziché a reagire.

Nella tradizione della dea tutti i riti si svolgono all’interno di un cerchio magico. Ci radichiamo e creiamo uno spazio sacro invocando i quattro elementi (arie, fuoco, acqua, terra) e lo spirito divino e vivificatore al centro. Il cerchio è la struttura del tutto, il diagramma che ci consente di sapere se manca qualcosa. Il modello del cerchio sacro in cui sono inclusi i quattro elementi e i quattro punti cardinali è diffuso in molte tradizioni indigene che non sempre, tuttavia, combinano allo stesso modo elementi e direzioni. Nella tradizione proposta dal libro, l’ovest corrisponde all’acqua, alle sensazioni, alle emozioni, al tramonto e all’autunno. Il nord è la direzione della terra, del corpo, della mezzanotte e dell’inverno. L’est coincide con l’alba, l’aria, la mente, il pensiero, l’ispirazione e la primavera. Il sud, dove il sole è più forte, è il punto cardinale del fuoco, dell’energia, del mezzogiorno e dell’estate. Infine, il centro, dove gli elementi si incontrano, è il luogo dello spirito, del cambiamento e della trasformazione, un punto senza tempo, il cuore di tutto.

Tracciare un cerchio quindi significa erigere intorno a noi una barriera energetica, un confine che tiene lontane interferenze e forze negative, riuscendo anche a trattenere le energie convogliate.

L’aria è l’elemento più presente: ci circonda, viviamo immersi in essa e sopravviviamo solo pochi istanti senza respirarla. Invisibile allo sguardo umano, si rivela solo negli effetti che produce. Essa è l’elemento dell’est, associato al pensiero e alla mente, al sorgere del sole, all’ispirazione e all’intuizione. È il respiro della Dea, il suo soffio creativo. In quanto vento può insegnarci molto sul movimento e sul cambiamento, sulla reazione agli ostacoli e alle forze che ci sbarrano il cammino. C’è qualcosa nella nostra vita di cui ci vorremmo liberare? Immaginiamo di tenerlo stretto in mano, solleviamo il braccio, apriamo il pugno e lasciamo che il vento lo porti via con sé.

Gli elementi possono insegnarci molte cose. Ci è mai capitato di doverci difendere nel rapporto con qualcuno? Abbiamo eretto un muro per tenere a distanza una persona o un gruppo che abbiamo avvertito come minaccioso? Abbiamo reagito alle critiche contrattaccando?

Gli alberi, ad esempio, non oppongono al vento una barriera impenetrabile, piuttosto ne assorbono e trasformano l’energia. I rami che oscillano sono come trampolini di lancio che sfruttano l’energia del vento per vibrare in una nuova danza: si inclinano assecondando la direzione della corrente, e sotto la spinta dei mulinelli, si piegano all’indietro, in attesa dell’onda successiva. Questo movimento ondulatorio consuma parte dell’energia del vento, mitigandone l’intensità.

Se facciamo quindi muro alle energie che ci urtano, rischiamo di esacerbare l’irritazione dei nostri avversari e se, al contrario, reagiamo con sufficienza e indifferenza, possiamo attirare su di noi critiche sempre più aspre, che mirano a disfare le nostre difese. Prendendo a modello gli alberi, invece, possiamo imparare ad assorbire e trasformare l’energia che ci investe. Per riuscirci, è importante mantenere la calma, radicarsi, centrarsi e imparare ad ascoltare più che rispondere, oscillando al vento in attesa che passi oltre.

Passiamo adesso agli uccelli e agli insetti: se è più facile amare i primi, i secondi molti li trovano brutti e ripugnanti. Ma non possiamo connetterci con la natura senza entrare in connessione con gli insetti che rappresentano circa la metà delle creature viventi del nostro pianeta.

Se gli insetti ci impressionano o ci fanno paura, è perché ci poniamo nei loro confronti come un muro invece che come un albero. Siamo invitati quindi ad aprire la nostra coscienza agli insetti in modo graduale e delicato imparando ad esempio a conoscere il ciclo vitale di una farfalla o lo strano rito di accoppiamento della mantide religiosa.

Gli insetti conoscono cose che noi ignoriamo e percepiscono cose di cui noi siamo all’oscuro. Creando una relazione di amicizia con loro, potremo ampliare i nostri stati di coscienza.

 

Gli uccelli se li sappiamo osservare possono dirci molto sul mondo e sulla nostra soggettività. Il loro canto cambia a seconda dell’ora, del clima, della stagione e delle loro sensazioni. Il canto può essere di richiamo, di canto, di richiesta di nutrimento, di sfida tra maschi e di segnale di allarme. Gli uccelli parlano di noi: quando passeggiamo per un bosco o in mezzo a un prato, gli uccelli ci notano e reagiscono a seconda del nostro umore. Se camminiamo a passo pesante, parlando ad alta voce o pensando a voce alta, (magari furiosi per la mail sgarbata che abbiamo ricevuto in ufficio…), probabilmente non sentiremo cantare molti uccelli intorno a noi. Fuggiranno infatti al nostro passaggio e noi attraverseremo un paesaggio silenzioso, senza nemmeno notare la loro presenza.

Se invece siamo radicati, centrati, nel pieno possesso dei nostri sensi e camminiamo silenziosamente, con un atteggiamento rispettoso, gli uccelli permetteranno che ci avviciniamo di più e alla fine ci talloneranno seguendoci ad una minima distanza di sicurezza.

Della parte dedicata all’elemento fuoco è particolarmente interessante la sezione delle energie sottili, su cui si è già scritto molto. Ma la magia insegna innanzitutto che l’energia obbedisce alla volontà e per dirigerla dobbiamo sapere dove indirizzarla e a quale scopo. Per ottenere i risultati auspicati, che si tratti di creare un rituale o di cambiare il mondo è bene partire sempre da un’intenzione e verificare che l’energia da noi emessa la segua veramente.

La volontà non è ostinazione, né capriccio, né voglia di fare le cose a nostro modo. È la capacità di agire “come se”, di partire pur non potendo prevedere ogni tappa del nostro viaggio. Più la mettiamo all’opera, più la volontà si rafforza, e più è forte, meglio sapremo sostenere ciò che ci è sacro, realizzando così i nostri sogni e i nostri desideri più autentici.

Tornando al fuoco, esso ci insegna ad essere consapevoli delle nostre azioni e a fare attenzione alle cose che usiamo o gettiamo. Ci insegna la responsabilità e il rispetto reciproci, ma anche a mantenere il giusto distacco. Ci educa allo spirito del corpo. La rabbia è come il fuoco: sorge quando ci sentiamo minacciati o aggrediti e con la sua forza vitale incrementa le energie a nostra disposizione. La rabbia, come il fuoco, può purificare, rigenerare e curare. Rabbia e collera inoltre pregiudicano la nostra capacità di ascolto e comprensione. Quando siamo accecati dalla rabbia perdiamo di vista i nostri obiettivi e invece di prendere decisioni consapevoli ci limitiamo a reagire. In un simile stato siamo più esposti alle manipolazioni esterne e corriamo il forte rischio di perdere il nostro equilibrio fisico ed emotivo.

E ora è la volta dell’acqua: l’osservazione dell’acqua è di per sé una meditazione. Basta guardare un fiume o un torrente per avvertire un senso di quiete o rigenerazione. Per entrare in relazione con l’acqua dobbiamo comprenderne i meccanismi, trattarla con rispetto nella nostra vita quotidiana e conoscerne i cicli, così da cogliere la sua comunicazione più profonda. L’acqua è da sempre un simbolo delle nostre emozioni. Proprio come questa, i nostri sentimenti sono soggetti a flussi e riflussi, quiete e tempesta. Dunque, l’acqua può insegnarci molte cose sulle nostre emozioni.

L’acqua è fonte di emozioni, di purificazione e guarigione. Il dolore è come l’acqua: possiamo affogarci dentro ma possiamo anche bere alla sua fonte per trarne forza e nutrimento. Il dolore e la tristezza, infatti, riflettono la nostra capacità di emozionarci, di amare e di piangere la perdita di ciò che ci è caro. Uno dei grandi doni che possiamo fare al nostro prossimo è di accogliere la sofferenza, la paura e l’angoscia senza cercare di reprimerla, cambiarla o controllarla. Spesso chi ha subito un trauma ha bisogno di raccontare più e più volte la sua storia. Allo stesso modo, quando soffriamo abbiamo bisogno di condividere il nostro dolore con qualcuno capace di comprenderlo senza restarne travolto. Partecipando al dolore altrui, possiamo farci forza a vicenda e avvicinarci le une alle altre. Il segreto della vera guarigione è racchiuso nell’amore e nella compassione che sappiamo dimostrarci.

E adesso la terra: il fulcro della spiritualità della Dea e di molte altre tradizioni indigene consiste nel riconoscimento della sacralità della terra. Il movimento ecofemminista degli anni ’80 è nato dall’idea che la nostra cultura tratti la terra esattamente come tratta le donne. Entrambe sono identificate con la carne, il corpo, il sangue e i caotici processi di creazione della vita che conducono inevitabilmente alla morte, al decadimento e alla putrefazione. Allo stesso modo chi lavora e vive a contatto con la terra subisce ingiustizie e discriminazioni. Le attività manuali sono indegne dei membri delle classi superiori che lavorano con il cervello, o meglio, non lavorano affatto, vivendo dei frutti dell’unico valore astratto ancora vivente, il profitto, che ricavano dal lavoro altrui.

Le piante vivono nella terra e riprendendo la tematica del sistema e delle strutture vivono meglio se inserite in gilde, sistemi questi totalmente autosufficienti.

Le piante comunicano ininterrottamente con noi ed è un dialogo che noi possiamo approfondire e intensificare. Quanto stringiamo amicizia con una pianta, ci conquistiamo la sua fiducia. Se stringiamo un’alleanza con le erbe medicinali che usiamo per curarci, l’efficacia del trattamento migliora. Chi coltiva fiori e ortaggi dovrebbe offrire alle piante un nutrimento spirituale, oltre che materiale. Le piante sono felici quando qualcuno parla con loro o canta per loro e non disdegnano i complimenti. I fiori si sa sono vanitosi: adorano essere ammirati.

 

E infine, il centro, il punto simbolico in cui tutte le parti si incontrano e si trasformano, il luogo in cui nasce l’eterea quinta cosa sacra che chiamiamo spirito. Per capire come gli elementi della vita interagiscono tra loro, dobbiamo interpretarli nella totalità delle loro relazioni. La consapevolezza magica consiste nella capacità di pensare per strutture e di andare al di là delle singole parti per abbracciare in un unico sguardo le relazioni tra gli insiemi.

Anche il nostro lavoro magico ed energetico procede per strutture.

La ramificazione è una delle strutture fondamentali del mondo naturale. In un albero la successione gerarchica di ramo piccolo, ramo grande e tronco non riflette un ordine di valore: ogni singola parte è fondamentale per la vita. Le cellule del tronco non si sentono superiori alle altre e non si armano di ideologie per giustificare il loro maggiore fabbisogno di linfa, né soffocano gli eventuali “scioperi” delle cellule che abitano le radici, le quali ovviamente non hanno motivi per protestare e non progettano rivoluzioni sotterranee per emanciparsi.

Le strutture dunque possono esserci di grande aiuto oppure limitarci, aiutarci a crescere oppure bloccare il nostro sviluppo. Ma se uno schema è d’intralcio alla nostra evoluzione, possiamo cambiarlo. Non è semplice modificare le strutture, specialmente se sono rigide e ben radicate: è il caso ad esempio delle dipendenze. Le strutture possono essere modificate anche tramite i rituali, ognuno dei quali ha uno schema. Solitamente nei rituali ci si sbarazza di strutture negative o che hanno esaurito la loro funzione e hanno bisogno di trasformarsi per tornare operative.

 

Per concludere: uno degli intenti di questo bellissimo libro è imparare a percepire la terra come una creatura vivente e consapevole, in continuo dialogo con noi, a partecipare al mistero dei suoi portentosi cicli, delle maree, e delle correnti che attraversano l’acqua e l’atmosfera. Ne potremo sentire il respiro, il flusso sanguigno, seguendo gli intricati percorsi dell’energia e dei nutrimenti che compiono i loro cicli di nascita, crescita, morte, decomposizione e rigenerazione, imparando ad intravedere le strutture che danno forma e sostanza al corpo.

 

STARHAWK copia

Starhawk a Culture Indigene di Pace 2013