Relazione di Mario Bolognese

 

dea bambina

 

“ Scendendo nel cuore di ogni parola, assisto alla mia nascita – La madre e la sua “parola bambina” sono fonte, nutrimento e risorsa di relazione gilanica e pensiero dialogante e inclusivo per tutte e tutti noi, nella famiglia umana e cosmica”.  La fiaba di Lìubel , dell’autore, fa parte integrante della relazione.   Sono lietamente a disposizione per scambi di informazioni e di utopie concrete per  progetti di educazione gilanica a partire dal nido.  L’approccio è interculturale e si basa sul    “ pensare poetico” , sui linguaggi della fiaba e sulla cosmicità del disegno infantile.   

 

Nota – la parte discorsiva e bibliografica di questa relazione segue dopo la fiaba.

 

 L     I     U     B     E     L

…una fiaba di Nonna Orsa…

 

…Quando Lìubel, dopo tante avventure, finalmente trovò sua madre sdraiata sull’erba, vicino a una sorgente d’acqua, i suoi occhi  luccicarono  di gioia e  di tristezza. Gioia per averla ritrovata e tristezza  perchè dalla  fonte sgorgava solo un filino d’acqua e  perchè i capelli di quella splendida donna, come lo stesso prato, avevano un colore ingiallito e stanco… Ma Nonna Orsa, intuendo la situazione, la svegliò e la fece ridere…Come era buffa  mentre danzando con Lìubel  agitava le braccia e  i suoi lunghi peli… Così tutte si abbracciarono… E la madre ora sorrideva  grata per quei doni…  E anche il prato si era come risvegliato…Ma se volete conoscere tutta la storia fin dall’inizio del suo girotondo, Nonna Orsa volentieri ve la racconta…

 

… Lìubel, la bimba , piume d’acqua negli occhi e fuoco verde nel cuore,  era giunta  nella  Terra di Mezzo, un regno misterioso sospeso tra i mondi. E in questo luogo amava incontrarsi  con Luna Nascente e con Nonna Orsa.

Lìubel, quando giocava con le amiche, si metteva tra i neri capelli un fermaglio d’argento, a forma di falce, e così  con il  suo corpo di seta e alabastro si divertiva a fluttuare nell’aria  nascondendosi per la gioia di farsi ogni volta trovare… E come una farfalla tra i fiori sorridendo, e a tratti ridendo, emanava soffi di vita e si lasciava permeare dal germinare incessante che la circondava. Luna Nascente portava infatti magìa e Nonna Orsa allegria…

Lìubel amava giocare a nascondino  con mille e mille creature e forme di vita, alcune delle quali vedeva solo lei, perchè anche  sulla sua pelle fiorivano sguardi.

La Terra di Mezzo era come un grande grande nido che ospitava spiriti di bambine e bambini come fossero uccellini e uccelline. Qui si fermavano, magari dopo avere a lungo viaggiato, perchè dovevano riparare, correggere, trasformare o abbellire la loro fiaba.  Magari avevano un po’ dimenticato la musica di certe parole, la danza di alcune immagini e che un uovo, una volta,  le aveva contenute… Anche Lìubel era giunta nella Terra di Mezzo per questo sacro gioco di ridonare bellezza al proprio racconto e lo faceva fondendo  il suo respiro con il nutriente e profumato silenzio  della  natura che la circondava.

Un’antica storia diceva in fatti che ognuno e ognuna, apparendo alla finestrella del mondo, riceveva in dono un semino-fiaba che doveva accudire e far germogliare                                                                                                      E ben presto Lìubel, ricca di mille e mille parole diverse, raccolte spigolando anche nel sottobosco,  aiutava chiunque aveva difficoltà a  ri-tessere il proprio racconto. E Nonna Orsa entrava in gioco  imitando le voci della natura e i movimenti degli animali. Così capivano che le parole erano creature viventi…

Sapevano tutte e tutti gli ospiti della Terra di Mezzo che il viaggio  doveva proseguire verso un altro piccolo caldo nido pronto per loro, da qualche parte del grande cosmo. Ma prima dovevano lavorare sul loro giardino di parole e solo alla fine, con la loro bella fiaba messa a nuovo nel cestino da viaggio, la soglia si apriva… e  il viaggio poteva  proseguire…

E aveva il suo bel da fare Lìubel nel suo lavoro di giardiniera delle parole, anche perchè c’erano differenze tra gli spiriti femmine e quelli dei maschi.

C’era chi giocava con le parole danzando con loro e chi invece  le collezionava per farne ghirlande . Chi ne ascoltava il battito e il respiro e chi le voleva sottomesse…

Leggero era il segreto di Lìubel  per aiutare a  inanellare parole nella grazia di un  racconto: per trovare la  perla  solo consigliava di lasciar  schiudere il cuore con la grazia delle valve di una conchiglia…E mitemente aspettava che ognuno ed ognuna ritrovasse, con lo stupore, il suo passo di danza nel giardino dei tanti e diversi racconti…

A nche lei, lo sapeva bene,  era solo di passaggio ma da molto tempo la sua fiaba di Donna- Pelle -Bambina era pronta e profumata, nel suo bel cestino di erbe intrecciate.

Lìubel, principessa di tanti e diversi sorrisi, se  ogni tanto piangeva per la nostalgia  le sue lacrime, pur nel dolore,  erano rugiada sulle zolle di terra… Sapeva che  doveva andare da sua madre che l’aspettava da tempo… Lo desiderava tantissimo, anche per  per ringraziarla portandole i suoi  regali, ma…Ma colma di generosità, come un pètalo che cerca altri pètali, non voleva partire da sola…

Tredici lune prima infatti sua madre le aveva mandato con uno stormo di civette e colibrì  i suoi doni:  scialli con i colori dell’arcobaleno  e altri due, uno bianco e uno nero. Ogni colore dilatava un gesto, suggeriva un rito,  apriva visioni,    rendeva ritmico il passo e rotondo il pensiero.

E Lìubel indossava , ringraziando il  Grande Mistero, quello bianco all’alba  e quello nero a ogni tramonto.

Attorno a sé aveva già raccolto un piccolo girotondo di spiriti bambine pronte come  lei al passaggio ma il suo istinto le diceva di aspettare  ancora un poco, perchè   forse c’era un’altra creatura che voleva partire.

Infatti durante una mattina splendente di pioggia e di sole Lìubel uscì dalla sua capanna per assaporare la magìa di quell’incanto. “ Che meraviglia!”, si disse,  anche perchè non aveva mai assistito a un evento di quel genere.  In quella zona dove aveva dimora, a oriente della grande foresta, in quel momento la luce aveva riflessi ìndaco e le gocce di pioggia  aprivano un arcobaleno di lùcciole…

Fu allora che vide Pùlcinet, uno gnomino zoppo con l’aria smarrita.  L’esserino si era perso e infatti  stava molto da solo  perchè  gli spiriti bambini degli gnomi non lo invitavano a giocare con loro .  Ritenevano  infatti che a causa della sua menomazione non fosse bravo ad arrampicarsi sugli alberi e a saltare di ramo in  ramo con gli scoiattoli. Era questo infatti il loro gioco preferito… E non solo non lo invitavano ma lo prendevano anche in giro.

Lui, Pùlcinet, si rattristava ma era sempre gentile con loro. E così passava il tempo a girovagare nella grande foresta  sempre con la sua piccola fiaba curiosa di incontri…

Così Lìubel e le  amiche invitarono Pùlcinet a partire con loro.

“ Ma io non sono pronto”, arrossì lo gnomino danzando su se stesso per l’emozione.

La bimba con la pelle di alabastro sorrise e aprì il suo cestino da viaggio. Era vuoto…come

quello delle altre … Ma fu  allora che un vento leggero  avvolse Lìubel donandole  fuoco di stelle,  pèttini d’acqua e capriole di terra. La fiaba era lei…

Ed era Lìubel che ,  danzando con  lo scialle della madre,  aveva   risvegliato e invitato quel vento che ora la rivestiva di seta  e del canto di ogni ninnananna…

Lìubel sorrise e in quell’abbraccio anche gli spiriti bambine si sentirono fiaba. E lo stesso Pùlcinet non era più preoccupato  di aver sbagliato racconto. Anche il suo cestino vuoto era però pieno di mille invisibili semini pronti dolcemente  a germogliare, sognando magari un padre…

Fluttuarono tutte e tutti oltre la soglia, anche Nonna Orsa, con Pùlcinet aggrappato a lei .

Lìubel  ora sapeva, lo sentiva nel cuore, che lontano la splendida sua madre, forse sola, forse un po’ triste, forse con una gran voglia di ridere , la  stava aspettando…

 

 

 

 

 

COMMENTO E INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE-

 

Nota-  Oltre alle citazioni bibliografiche vorrei offrire delle condivisioni, suggestioni e materiale,  anche in senso didattico-educativo, per insegnanti, nonne e nonni, madri e padri e…per chiunque desideri  narrar fiabe per dare ed avere ben-essere…

 

Io sono la tua sposa eterna

la tua bambina dagli occhi grandi e stellati

la tua figlia, la tua padrona

Io sono il fuoco nei tuoi lombi

tua madre, la tua amante

io sono qui, pura sorella

nuda e vulnerabile davanti a te

Io sono la sacerdotessa, la stella

con un piede sulla terra e

un piede in cielo

I miei profumi sono gli oli pesanti

dell’arte arcana.

 

Nella mia mandorla fiammeggiante

mi ritrovo in tutto quel che è tuo

la tua bocca, i tuoi occhi, il tuo sesso

sono miei

Voglio fondermi in una bambina perfetta

una bambina sacra concepita nei luoghi selvaggi

dell’Egitto

perchè ogni incontro con te è uno sposalizio

un’infinita, continua cerimonia.

 

Poesia di Lisa Lion da : “ I nomi della Dea, il femminile nella divinità, di J.Campbell, R.Eisler,  M. Gimbutas  e C. Musès, Ubaldini Editore, Roma,  1992, pag.159”.

 

 

Un albero alto

la luna piccola e bianca

la luce rosa sulle montagne.    ( Rosi Gentile )

 

Comunicazione personale di un’esperienza di poesia in una scuola dell’infanzia di Genova.

La bambina aveva 4  anni.

 

 

…Parola e  nascita…

 

Per seguire le misteriose tracce della bambina, sulla terra della vita, seguo orme di animali. E il tragitto non è mai rettilineo, perchè maestra di questo viaggio è la pitonessa. Altra guida preziosa di questo camminare è la farfalla, sacra alle varie manifestazioni e dimensioni della Dea. Per cui, dopo la fiaba di Lìubel con Pùlcinet, lo gnomino zoppo,  le mie parole  seguiranno  poco le logiche del pensiero lineare,  allacciandosi a collana con l’alfabetiere del “c’era una volta”, quello della madre e della bimba… E di uno gnomino che sta, mitemente, imparando…E’ vero che l’ “origine” della parola è la madre ma in senso poetico e duale.

Poetico perchè il suo corpo-parola si collega, come microcosmo femminile , al macrocosmo della Dea, il…pluriverso…E questo si vedeono nei disegni della bambina e del bambino quelle casette così umane,  sospese tra cielo e terra…

Duale perchè ogni mamma parla, alla figlia e al figlio in…bambinese. Io la chiamo la misteriosa lingua dell’ “ Ucci-ucci”, con l’emanazione dello stesso respiro con cui nasce il flauto delle ninnenanne…                                                                                                                           Ma ogni madre che sente, parla,  co-spira con la figlia/o , dove il corpo rimane “uno” anche dopo il parto, ‘ ha sempre la pienezza della donna adulta ma conservando intatta in sé  la bambina, ricevuta in dono anche da tante nonne-ave…

Per cui anch’io, come genere maschile, ho ricevuto nutrimento cosmo-poetico, e del mio stesso essere al mondo, da una mamma e da un bambina…La Dea bambina…

Per cui  ogni parola, mettendo le mani nella sua “pasta segreta”, è dentro una culla madre che ritmicamente si dòndola con una filastrocca di bimba.

Riporto, in favore di questo prezioso “due” di ogni nascita, per cui di ogni parola, intesa come corpo-respiro che “significa” il mondo, questo delizioso inter-ludio tratto da un libro molto bello e…appetitoso… Dove si racconta di Clèmence, la madre, e di Plectrude, la sua terza  bimba…

“ Nel rapporto tra Clémence e Plectrude, raccontato dalla Nothomb, c’è anche dell’altro. Clémence era stata contenta dell’espulsione dall’asilo perchè così poteva tenersela a casa.Si deve sapere che Clémence  aveva altre due figlie che tirava su con amore ma mantenendosi strettamente nelle convenzioni, invece con quest’ultima figlia che le era piovuta dal cielo avveniva in lei un’incredibile metamorfosi: barattava la sua anima di madre di famiglia con quella di una creatura fatata, “svelava la fata sedicenne e la strega di diecimila anni che teneva nascoste in sé.” Appena tutti erano usciti per andare al lavoro e a scuola, le due si vestivano con abiti sontuosi, ballavano, si  preparavano un pasto a base di dolciumi e sciroppo di orzata. Con Plectrude Clémence si autorizzava a far vivere quella parte sepolta, ma esistente, quello sguardo sul mondo che la bambina aveva perchè era bambina ma che anche Clémence aveva dentro di sé come una sguardo “primo” sul mondo, non tutto già sistemato nelle categorie esistenti, una sguardo da fiaba”.

Insomma si tratta di una madre che pèttina, ma che si fa volentieri anche pettinare i capelli dalla sua bambina… E anch’io non sarei qui  a chiaccherare con voi se mia mamma – poco o molto non ve lo dico – non fosse stata con me anche fata…

 

Tratto dal capitolo: “ C’era , non c’era,  di Vita Cosentino – Federica Marchesini, pag. 24  in : “ Il cuore sacro della lingua, a cura di chiara Zamboni,  autrici  varie, Il Poligrafo, Padova, 2006”.

 

 

…Madre e figlia: il due nell’unità…

 

“ Demetra e Persefone sono talvolta chiamate demetre, un nome che mette in evidenza l’unità della loro divinità. In alcune pitture vasali e nelle sculture talvolta è difficile distinguere che sia la madre e chi la figlia, talmente sembrano simili e tanto stretto è il vincolo che le unisce. In effetti le due immagini rappresentano due versioni di una sola dea: il suo aspetto adulto e il suo aspetto più giovane”. Mi è facile, seguendo un sorriso del cuore, vedere nella “ più giovane” una bambina…

 

Da : “ Le dee viventi, di Marija Gimbutas,  Medusa,  Milano, 2005, pag.  225”.

 

 

…Ancora sulla parola nascente, tessitura di donne, di terra e…

 

Dalla cultura tradizionale dei Dogon africani: “ Dopo la fuoriuscita della placenta, necessaria per poter affermare che il bambino è realmente “ nato”, una delle donne che ha assistito al  parto sputa acqua sul neonato che, al contatto con l’acqua fresca, vagisce: egli ha ufficialmente “ricevuto” la parola. L’accostamento con la tessitura è presente anche nella prima apparizione del verbo: i denti della donna, attraverso i quali l’acqua è stata spruzzata, vengono paragonati ai denti del pettine del telaio che separa i fili e consente la tessitura. Lo sputo, progressivo e ritmato, indica un analogo processo nell’apprendimento del linguaggio”.

E poi concorrono a questo mitico  telaio di ogni umano parlare- maestra artigiana Aracne – la terra, gli altri elementi e anche …l’olio…

“Il corpo della parola è il suono, la materia sonora, formata, come il corpo umano, dai quattro elementi…La terra è l’elemento che dà alla parola il suo peso, il suo significato…La terra differenzia la parola dal rumore…” . Sarebbe troppo lungo citare  l’apporto magico di acqua, aria e fuoco e per questo rimando a questo testo così interessante…( Da anni, fino a questo momento inutilmente, sto proponendo di farne una sperimentazione linguistica , iniziando già dalla scuola materna…) . E sull’ olio che…condisce la parola:      La parola contiene anche olio proveniente da quello del sangue che le conferisce morbidezza e fascino…Il massino d’olio è presente nel canto e nella musica”.

 

La parte riguardante i quattro elementi e l’olio è presa da : “ Il mondo della parola, Etnologia e linguaggio dei Dogon africani, Boringhieri, Torino, 1982,  da pag. 46”. L’altra citazione, sul parto della parole, è a pagina 131 dello stesso testo.

 

 

… I doni della madre…

 

Riprendo dalla fiaba di Lìubel: “ Tredici lune prima sua madre le aveva mandato con uno stormo di civette e colibrì i suoi doni: scialli con i colori dell’arcobaleno e altri due, uno bianco e uno nero. Ogni colore dilatava un gesto, suggeriva un rito, apriva visioni, rendeva ritmico il passo e rotondo il pensiero”. I doni della bimba sono nella sacra farfalla…

 

 

…Rotolandosi sull’erba di un prato, con cuore verde e tra  tanti colori…

 

L’erba, come nella fiaba di Lìubel,  ritorna sorridente anche lei dopo l’aurora di una bella risata…Ecco un brano che parla della magia dell’erba: “ Si pensi, per fare un esempio, alla “ cultura dell’erba” dei popoli africani… Il rituale dell’erba è così diffuso e radicato da far pensare ad una specifica “ psicologica pastorale”. In questi villaggi  le erbe sprizzano una pregnanza simbolica a noi del tutto estranea…Un Masai per chiedere perdono ad un altro può offrire a questi un ciuffo d’erba…Gli etiopici Mao, d’altra parte per dare forza alle loro preghiere rivolte al dio Yeresi raccolgono dell’erba fresca, la sollevano verso il cielo ed esprimono ad alta voce le loro invocazioni”.

Forse si capisce meglio la “magìa dell’erba” pensando al collegamento atavico del mondo femminile con le piante. Ci  ricorda un’antropologa nella sua affascinante ricerca sullo sciamanesimo femminile : “ Ripercorrendo le tappe evolutive della nostra specie abbiamo visto come la diade madre figlio/a  e la raccolta siano state  fondamentali  per la transizione dalle antropomorfe ai primi ominidi. Come citato in precedenza, nelle società di raccoglitori/cacciatori le donne sono e sono state le millenarie conoscitrici delle piante”.

Sul senso “sacro” dei colori nel mondo antico, rimando a un bel libro che cito nella nota.

 

Sui riti africani relativi all’erba : “Magia e psicoterapia , materiali per un’antropologia dell’occulto, di Ruggero Sicurelli, Edizioni GB, Padova, 1990, da pag. 146”.

Il riferimento al verde e ad altri colori è nel testo: “ Donne sciamane, di Morena  Luciani, Venexia, Collana le civette, Roma, 2012, da pag. 93”.

Il bel libro cui ho accennato, molto interessante anche per il significato dei colori – anche in riferimento al disegno infantile- è : “ Il significato dei colori nelle civiltà antiche, di Lia Luzzato e Renata Pompas, Rusconi, Milano, 1988”. Il colore verde da pag. 153.

Mi permetto di ricordare, perchè contiene anche molti riferimenti al colore, il mio testo: “  L’alfabeto di Madre Terra,  sacro e disegno infantile, Edizioni Ananke, Torino, 2012”.

 

 

…Lo sguardo di una bambina…

 

La  poesia  di cui sopra, della piccola Rosi – sembra un hai-ku giapponese… –  mi permette di sfiorare la magìa e l’incanto del “ diventare guardando” dello sguardo infantile.  E di quei racconti, come le filastrocche, che diventano una “ culla dei suoni”…                                                                                            L’ hai-ku etimologicamente significa “ poesia mentre si viaggia” e per questo mi sento di parlare della  “ Gibigianna” sotto i ponti di Venezia . Girovagando ho notato questo barbaglìo che l’acqua del rio proietta sul’arcata inferiore del ponte. Le bambine e i bambini si fermano, come attirati da questi “spiritelli di luce”.  Gli adulti  poco, perchè poco viaggiatori e molto turisti… E la Gibigianna sembra legata alla Dea Diana… Questo “altro”sguardo, un con-tatto, respiro, visione cosmo-poetica, mi parla della Dea Bambina…                                                      So bene che la Dea è unica ma anche Maria Gimbutas ci ricorda che numerologicamente le  sono sacri  i numeri  due e il tre.

Quest’ultima cifra esprime la triplicità della sua manifestazione : nella fiaba Nonna Orsa, la Madre e Lìubel, la bimba.Una e trina insomma. E il tre torna anche nella sua epifania lunare.

Credo infatti, con il cuore e con il pensiero, che Lei, la Dea, nella sua immagine di bimba, sia la dolce maestra di ogni educazione gilanica.

 

“ La linea tripla e il potere del tre” in : “ Marija Gimbutas, il linguaggio della Dea,  mito e culto della Dea Madre nell’Europa  neolitica, Longanesi, Milano,  1989, da pag. 89”.

Sulla Gibigianna, collegata  alla Dea Diana, rimando al “ Il segreto delle filastrocche, di Silvia Goi, Xenia Edizioni, Milano, 1991, pag. 21”.

 

 

…La Dea dell’eterna rigenerazione…

 

Seguendo ancora  il pensiero  della grande archeologa una sua riflessione mi ha accompagna to  verso una rivisitazione della bambina e dei suoi linguaggi. Vorrei infatti riportare le sue parole: “ La fertilità della terra divenne una preoccupazione preminente solo nell’epoca in cui si produceva il cibo; quindi non è una funzione primaria della Dea e non ha niente a che fare con la sessualità… L’altro termine generale prevalente per la divinità preistorica è “Dea Madre”, ed è anche questo un concetto erroneo. E’ vero che vi sono immagini materne e protettrici della giovane vita, e vi fu una Madre Terra e Madre dei Morti, ma il resto delle immagini femminili non può essere rubricato sotto il termine generale di dea madre. Le Dee Uccello e Serpente, per esempio, non sono sempre Madri, né lo sono molte altre immagini di rigenerazione come la Dea Rana, Pesce, o Porcospino, che incarnano i poteri di trasformazione.  Esse impersonano la Vita, la Morte e la Rigenerazione; sono assai più che fertilità e maternità…Le altre  riguardano funzioni della Grande Dea  riguardano la fertilità, la moltiplicazione e il rinnovamento. Si riteneva che il processo del risveglio stagionale, la crescita, l’ingrassamento e la morte apparentassero esseri umani, animali e piante…La fertilità non era la sessualità, era moltiplicazione, crescita,  fioritura”.

 

Marija Gimbutas, il linguaggio della Dea, op. cit.,   pagine  316 – 317.

 

 

…Per un girotondo di  piante e animali…

 

Uccelli, farfalle,  rane, porcospini, serpenti…e l’orsa e tanti altri animali  così presenti nell’immaginazione e nei disegni infantili…Come i fiori…Pensando alla natura e alla ruota vita/morte/ vita di cui parla Gimbutas, vorrei brevemente raccontare di uno stupendo…funerale cui ho assistito anni fa.  La piccola Gertrud, di tre anni, viene a farmi vedere un fiorellino secco che ha in mano. E i suoi occhi sorridenti erano aperti come tutto  il prato che circondava la casa. ..Poi… poi, sempre in silenzio, scava una piccola buca e, con somma delicatezza, interra il fiorellino…morto… poi ricoprendolo…

Pensando a questo rito della bambina come appare…gilanico il pensiero della filosofa Martha Nussbaum che propone, come orizzonte pedagogico, una co-educazione all’immaginazione simpatetica. La poesia  è  la parola bambina, cosmica, leggera e sensuale, come tutti quei fiori corteggiati dalle api-melissai  e dalla sacra farfalla…

Ho citato il disegno infantile perchè  rappresenta un prezioso laboratorio di ricerca eco-cosmico. Informazioni e suggestioni poetiche ma anche concretamente didattiche in : “ L’alfabeto di Madre Terra, sacro e disegno infantile,  op. cit.”.. Il “sacro” di cui si parla  in questo libro è antropologico.

Sull’ orsa -così amata dalle bambine e dai bambini…come “nonna”, orsa e… orsetta –  rimando a un altro gran bel libro di Marija Gimbutas : “ Le Dee viventi, Medusa, Milano, 2005, alle pagg. 44 e 273”.

Un bel “gioco” per bambine– con la partecipazione di bambini, – si può trovare alla voce “orso”in: “ Dizionario degli animali mitologici e simbolici, J.C. Cooper, Neri Pozza Editore, Vicenza,  1997”. Riporto da pag. 243: “ Nel culto di Artemide, signora delle bestie e protettrice degli animali selvaggi, le bambine da  cinque a dieci anni venivano vestite con abiti di colore giallo e prendevano il nome di “orse”, dopodiché imitavano il comportamento degli animali nei  riti della festività delle Brauronie;  così travestite le fanciulle dovevano trascorrere un certo periodo di tempo al servizio di Artemide…”.

Sulla ”poetica” dell’infanzia –  ad esempio la capacità di stupirsi –  consiglio un affascinante piccolo saggio: “ Il genio dell’infanzia, di Edith Cobb, prefazione di Margaret  Mead, Emme Edizioni, Milano, 1982”.

Questo pensiero di Martha Nussbaum l’ho preso da un articolo: “ Repubblica, 22 febbraio 2011”.

 

 

… L’invisibilità della bambina…

 

In una esperienza con bambine e bambini di una prima media ,“ Cresceranno i giganti?”, loro                         hanno scritto, nella relativa pubblicazione, varie “ Regole per non diventare invisibili”: Tra queste: “ Raccontarsi la giornata – Mantenere le promesse –  Fare cose insieme e  Fare sorprese…”.

La “sorpresa”, come una Gibigianna nel quotidiano,  fiorisce nel giardino dello stupore e nella tenerezza di  poter incontrare una spiritella o uno spiritello…

Ma l’invisibilità riguarda molto di più una bambina che un bambino…

In questo mio cammino  più ciclico che lineare , circumambulando  dal padre al  bambino e dal bambino al padre,  con la madre al centro,  mi sono accorto che mi mancava la piccola “altra”. Che forse forse avevo trovato all’ “asilo” -allora si chiamava così  – ma la memoria  purtroppo è molto sfumata…                                                                                                                    Attingendo anche alle risorse mitico-religiose sul “bambino sacro e/o divino” –  ho notato  più  un’assenza che  una presenza… Ad esempio per Gesù c’era il Vangelo Apocrifo della sua infanzia, su Krisna iconografie e racconti , ma sulle Dee, da bambine, quasi nulla… Insomma vedevo nelle chiese solo “ amorini”, angelici , putti ben sessuati ma  un’…amorina…mai…

E allora mi sono messo a cercare, per un bisogno di “giustizia” anche simbolica…

Riporto, sull’ “assenza” questa riflessione di una insegnante: “ Mi  sono messa  da alcuni anni alla ricerca  delle bambine , tentando un  ascolto differenziato di maschi e femmine…Ciò che più inqueta è la mancanza di chiavi interpretative che ci permettano di leggere le sfumature di diversità nel mondo infantile:minacciosamente appiattente quella filosofica ( e mi riferisco all’unica filosofia che si occupa della dualidelle bambine  , tentando un ascolto differenziato di maschi e femmine…

Ciò che più inquieta è la mancanza di chiavi interpretative che ci permettano di leggere le sfumature di diversità nel mondo infantile: insufficiente quella psicoanalitica, gravemente carente quella storiografica, minacciosamente appiattente quella filosofica ( e mi riferisco all’unica filosofia che si occupa della dualità dei generi , il pensiero della differenza) : quasi assente quella scientifica, solo nascente quella pedagogica”.tà dei generi, il pensiero della differenza), quasi assente quella scientifica, solo nascente quella pedagogica”.

Un ordine ( girotondo?) simbolico che comprenda la bambina e la madre assieme?

“ L’imitazione delle bambine e dei bambini, come risposta pratica, ci è culturalmente preclusa, ho scritto…L’esistenza di questa cultura religiosa dell’infanzia non ha però favorito, nella cultura comune, la capacità e il gusto di imparare  dai bambini e dalle bambine”.

 

La prima citazione è tratta da : “ La scuola smemorata, le donne nel labirinto scuola, Atti del Seminario nazionale Udi,  Edizioni cartografiche, Ferrara, 1993, pag. 55”.

Ho preso il secondo riferimento da : “ L’ordine simbolico della madre, di Luisa Muraro, Editori Riuniti, Roma, 2006,  nota 3 pag. 124”.

 

 

…La “presenza” della bambina…

 

“Alessia ha tredici mesi. E’ tonda, soda, colorita, provvista di due gambe corte e solidissime; ha gli occhi azzurri vivaci e mobilissimi ed è quasi pelata…E’ temeraria e avventurosa, si infila sempre in situazioni azzardate…Il segno distintivo del suo carattere è appunto la fiducia. Appena è stata liberata da una situazione problematica, si infila immediatamente in un’altra…Ama il mondo con una passione entusiastica, assapora con intensità tutto quello che le accade intorno, tutto quello che si muove. Pasticcia a lungo con sabbia e acqua, immemore di tutto e di tutti, il visino contratto, stretto, concentrato sulla materia che l’affascina, in una sorta di trance da cui niente la distoglie, incurante di stare seduta sul bagnato, di sporcarsi, tutta sbaffata di sabbia sulla faccia”.

Posso chiedermi con rispetto e tenerezza se la piccola  Alessia gioca così perchè è in  “ girotondo simbolico” con la madre che a sua volta è in connessione,  magari non sempre in modo conscio, (  come nel racconto di  mamma Clémence e bimba Plectrude), con la sua parte  bambina, un aspetto importante della triplice manifestazione della Dea?

 

“ Dalla parte delle bambine, l’influenza dei condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile nei primi anni di vita, di Elena Gianini Belotti,  Feltrinelli, 1985, da pag. 50”.

 

 

…La madre “materia sacra”: gioco, cibo e parole  dei “neuroni a specchio”…

 

“ E’ bene rendersi conto della molteplicità e della varietà dei sentimenti che stanno dietro

alle espressioni attinte al mangiare : Mangiare di baci –  Mangiare con gli occhi-  ti mangerei – ma anche : Me lo magio vivo – Mi mangio le mani – Te lo cucino io – Ha inghiottito un rospo – Mastica un po’ di latino – Ha mangiato la foglia – Ha mangiato veleno – Ha sete di sapere – Ha fame di cultura – Il pane dello spirito – Il nutrimento dell’anima – Ha divorato quel libro –

Fa uso di concetti ben digeriti – Quel libro contiene descrizioni piccanti – Quell’altro invece è del tutto insipido – E’ pieno di battute acide – Fa uso di metafore gustose –  Gli innamorati si  sussurrano paroline dolci – Un autore svolge amare considerazioni – Quel tizio è uno che se le beve tutte- Vorrei sapere qual è il sugo della teoria – Il suo articolo è una minestra riscaldata – Questa non la butto giù- Se lo cuoceva a fuoco lento– E’ caduto dalla padella nella brace- Quel tipo è una pappa molle…”…E tante altre frasi di questo tipo presenti nell’articolo..       “E’ un bocconcino di ragazza”, cosa significa? Potrebbe far parte , anche con un’animazione teatrale , di una ricerca linguistica contro la stereotipia e il sessismo implicito o esplicito di tante espressioni e modi di dire.

 

Questa citazione è presa dall’articolo: “ Contro il cibo naturale, un grande storico riflette sul mangiare nei suoi significati materiali, simbolici, rituali e religiosi”, in : “La domenica del sole 24 ore, de24 aprile 2011, pag. 2”.

Un altro godibile testo su quest’argomento, ma ad un altro livello, quello religioso, è: “ Parole da mangiare, di Rubem A. Alves, Edizioni Qiqaion, Comunità di Bose, 1998”.

 

 

…Ancora sulla presenza della bambina…Il suo animismo cosmo-poetico…

 

“ Tornando da casa dei nonni c’era un tratto di strada poco illuminato  in corrispondenza del ponte della ferrovia. Mentre stava per addormentarsi, non essendoci altro da salutare, diceva : “Buonanotte buio, buonanotte cielo” . ( 2 anni e due-tre mesi ).

 

 “ Le prime parole, diario di una bambina, di  Maurizio Lichter,  Edizioni Meltemi, Roma. 1999,  pag. 93”.

 

 

…La bambina è l’anima  del dialogo in famiglia…

 

“ La persona più adatta alla vita relazionale e al dialogo nella famiglia, è la bambina ma

la madre non aiuta la crescita di questo dato fondamentale della soggettività di sua figlia. Non favorisce neanche il rapporto fra due donne né la possibilità per la bambina di avere un modello femminile ideale nella madre per sostenere il proprio divenire. Se vi fosse un’educazione relativa all’identità di genere nella scuola, questo potrebbe aiutare lo sviluppo soggettivo della bambina e quello della madre, che di fatto perpetua gli stereotipi di genere a sfavore del femminile all’interno della famiglia” . ( Luce Irigaray )

 

 Attingo questa  riflessione da : “ Progetto di formazione alla cittadinanza per ragazze e ragazzi, per donne e uomini , di Luce Irigaray– Su incarico della Commissione per la realizzazione della parità fra uomo e donna della Regione Emilia Romagna , pag. 52 “.

La ricerca completa sull’argomento, a partire dalla scuola materna fino al liceo, nel testo, scritto in italiano : “ Chi sono io? Chi sei tu?, di Luce Irigaray, Biblioteca di Casalmaggiore, 1999”. Questa ricerca appare preziosa a vari livelli per un orizzonte di educazione gilanica.

 

 

…La bambina nella famiglia umana e cosmica…

 

Ho sempre pensato che la bambina e il bambino sono vivente poesia  per la “porosità” della loro pelle che respira nel e con il cosmo…Irigaray, cui sono molto grato, mi accompagna ulteriormernte consentendomi, rispetto alla citazione precedente, di parlare della bambina come animatrice di dialogo anche nella “ famiglia” cosmica… Con la poesia del suo gioco/corpo/respiro…

La filosofa ci invita infatti a : “…co-spirare  con l’insieme dell’universo, di giungere a questo senza interruzione. In India si dà un senso alla respirazione assai più spirituale di quello che le si dà in Occidente. La pratica della respirazione  spiritualizza in India,   il corpo qui e ora. Ogni  introduzione nella tradizione dell’India prevede una quotidiana pratica filosofico-religiosa – dello yoga, dei riti, un’alimentazione particolare, dei gesti – e,  se il linguaggio è valorizzato, lo è soprattutto come linguaggio poetico”.

 

Da: “ Il divino fra di noi , domande poste a Luce Irigaray nel corso di un  incontro al centro di studi femministi di Utrecht, a pagina 94. del numero monografico , autrici e autori vari, della rivista trimestrale   Inchiesta, luglio-dicembre 1989,  Edizioni Dedalo, dedicata al “ Il divino concepito

da noi, a cura di Luce Irigaray”.

 

 

… La dea Bambina in Nepal…

 

La “ Kumari” a Katmandu, in Nepal, è una vera e propria Dea bambina scelta all’età di due-tre anni. Siede su di un trono, vestita di rosso, ornata di gioielli e ha disegnato in fronte un grande terzo occhio. Riceve immobile le offerte seduta sul trono, come fosse una statua.

Molto interessante è il riscontro delle 32 perfezioni  “maschili…”che deve possedere il suo giovane corpo: come quelle del Buddha e del cakravartin, il re buddhista.  Annoto infatti che l’undicesima perfezione è un  “petto come quello di un leone” e la trentaduesima “ un corpo robusto”…Numerose sono le restrizioni nella vita di questa bambina:  viene portata a braccia perchè non deve toccare il suolo ( infatti non porta scarpe) e ovviamente non va a scuola. E perde il suo status  naturalmente con le mestruazioni,  ma anche con qualsiasi perdita di sangue, anche a causa di un dente. Per cui il rapporto con il sangue – sopprattutto mestruale- appare centrale in questa consacrazione della “ Dea vivente del Nepal”.

A prescindere da ogni possibile considerazione -ad esempio sul sangue mestruale ritenuto impuro- l’autrice annota nel libro sotto citato, a pag. 26: “ Alla luce di questa lunga analisi, partita da elementi a prima vista  del tutto estranei al simbolismo del sangue,  l’inconciliabilità del sangue mestruale con lo stato “divino” della Kumari appare strettamente connessa alla funzione che la Kumari ha svolto e tuttora in parte svolge nei confronti della regalità nepalese. Il sangue mestruale della Kumari può essere letto come la perdita di una funzione positiva per il lignaggio regale, ovvero la perdita della garanzia di eterno status sacrale ( inteso come non- fruibilità sessuale, non normalità, non umanità) necessario all’enfasi del genos regale”. Ma certamente , aldilà della configurazione storico-politica di impronta patriarcale , penso che questa consacrazione femminile della Kumari alluda a un antico  potere rigenerante e ri-creativo della Dea nel suo manifestarsi come bambina. Il riferimento che  segue accenna  proprio a  questo.

 

“Menarca e perdità dell’identità, Il culto della Dea Bambina in Nepal , di Chiara Letizia”, in : “Mysterium sanguinis, Il sangue nel pensiero delle civiltà dell’Oriente e dell’Occidente, valenze simboliche e terapeutiche, a cura di A.Amadi,  autori vari,  Atti del Convegno Nazionale AVIS, Venezia 7-8 novembre 1998, pag. 15”. Sulla sacralità del sangue mestruale rimando al capitolo: “ “La donna in rosso, il mistero della vita” del libro: “ Donne sciamane, di Morena Luciani, op. cit. , da pag. 73”.

 

 

…Già una neonata è manifestazione della Dea…

 

“ Questa santificazione della creature mediante la rivelazione tangibile della forza generatrice eterna, quale si manifesta nella congiunzione dei sessi,  ha lasciato un’impronta profonda nell’induismo tantrico: ogni bambina è manifestazione della Dea e, in quanto tale, ha la facoltà di evocare le forze procreative della natura…Esiste in India un certo albero che si ritiene non possa germogliare finchè non sia sfiorato dalla mano o dal piede di una fanciulla o di una giovane donna: fanciulle e giovani donne sono considerate incarnazioni umane dell’energia materna della natura…Ogni neonata, ogni vergine e ogni matrona è dotata, secondo l’induismo, di un’aura di sovrumanità, di dignità divina”.

 

“ Ginofobia, la paura delle donne, di W. Lederer, Feltrinelli, Milano, 1973, da pag.142”.

 

…Omaggio alla Dea Nonna…

 

La Nonna Orsa della fiaba, che sa …far ridere perchè suo è il potere di far risplendere il sole mentre piove…, ha un’antichissima dignità mitico-simbolica.  Tanto è vero che è ancora ben presente nella sua nipotina “ orsetta” e nel suo nipotino “orsetto”. Il brano che segue, relativo alla….Dea Nonna… è tratto da: “ Il cuore sacro della lingua,op.cit., pag. 67”.
Una sorella di Nonna Orsa  vive in Brasile: “... ma non si può avere una madre senza avere una nonna, e così arriva Nanã , la nonna di tutti, protettrice delle acque ferme ( laghi e stagni), e delle partorienti…E’ associata alla terra, al fango e alle acque, preferibilmente quella della pioggia. Viene salutata da tutti con la parola Salubà e poi si canta questa zuela  per svegliare le acque:

Nascono dalla terra le erbe

Nascono dagli astri il sole

E la luna che illumina il mondo

Nanã è la nostra nonna

Nanã è la signora delle acque.

 

L’anziana Baubo fa ridere Demetra….Ed è questa risata che crea primavere ( nonna e nipotina in complicità…festosa e rigenerante…). Baudo, secondo Gimbutas, era un altro nome di Ecate e il suo animale era il rospo… Ecate era anche la saggia vegliarda, una personificazione della Dea Terra...                                                                                           

 

Per suggestioni sull’orsa, con vari altri animali, cfr. “ Le dee viventi, Gimbutas, op. cit., da pag.  44”. Su Baudo e sul rospo/porcospino confronta :  “ Il linguaggio della dea, Gimbutas, op. cit., pag. 256”. Su Baubo altre informazioni in : “ Antropologia religiosa, di Alfonso Maria di Nola,  Newton Compton Editori, Roma ,1984, da pag. 23”.  Baubo era appunto la Dea della risata viscerale, “oscena”. Vedi anche in : “ Le donne nei miti e nelle leggende,  Dizionario delle dee e delle eroine, di  Patricia Monagham, Red Edizioni, Como, 1987, voce Baubo .   Nonna Nana è in : “ iI cuore sacro della lingua, op. cit., da pag. 68”.

 

…Con le danze e le risate di Nonna Orsa…

                                                                                                                                                                                                                                                                            La risata, come la festa e la trasgressione rituale ( vedi il carnevale) appartiene alla cultura universale del sacro antropologicamente inteso. Ho citato in questo senso il racconto dell’anziana Baubo che fa ridere Demetra.  Sul senso della pagliaccia/o, del clown e della messa in scena della follìa, riporto questa riflessione: “ Nelle società tradizionali il pagliaccio ha la funzione di aiutare i membri della comunità a non lasciarsi ingannare dalla troppa serietà del rito religioso. In molte società indiane  ancora oggi i pagliacci partecipano dileggiando i presenti alle cerimonie più importanti del calendario religioso”.

 

Da: “ L’immaginazione mitica, la ricerca del senso della vita attraverso il racconto delle mitologie personali, Pratiche Editrice , Il Saggiatore, Milano, 2001, pag. 224”. 

 

“…dite ciò che noi non abbiamo detto

pensate ciò che noi non abbiano pensato

comprendete  ciò che noi non abbiao compreso!”.

 

Da :” testi dello sciamanesimo, UTET,

Torino, 1984, pag. 470”.

 

 

 

Padova, aprile 2013                                               Mario Bolognese