Report all’intervento di Luciana Percovich “La Visione del Sacro delle Prime Culture del Paleolitico Europeo”

Intervento di Luciana Percovich al convegno “Culture Indigene di Pace. I Sentieri della Terra“, articolo di Cristina Spada.

 

Luciana Percovich introduce la sua relazione sottolineando come, nel passato, sia stata una visione olistica della natura e del cosmo a rendere possibili e necessarie forme di cultura basate sulla cooperazione egualitaria e in sintonia con i ritmi della natura.
Partendo dalle pitture nelle caverne, dalle statuette e dagli utensili del lontano Paleolitico giunti fino a noi, osserviamo nei nostri lontani Antenati e Antenate un sentimento di continuità e dipendenza del mondo umano dalla natura – nella consapevolezza piena della vulnerabilità umana di fronte alla soverchiante potenza dei suoi fenomeni e delle sue creature. Contemporaneamente balza chiara una mancanza di divisione tra i regni vegetale, minerale e animale, i cui confini sono fluidi, anche in relazione con il “regno” umano. L’osservazione dei ritmi vitali di animali e piante, e degli spostamenti stagionali degli animali maturò una simbolizzazione dell’alternanza ciclica della vita e della morte, di cui le scene di caccia e i corpi femminili diventarono i simboli fondamentali. La sopravvivenza nell’abbondanza era il dono derivante dalla ricerca costante del necessario mantenimento dell’equilibrio in tutte le sue forme .

Diverse ipotesi sono state fatte su quale sia stato il rapporto tra vegetali e carni nella dieta del Paleolitico. Sembra sensato ritenere che la dieta giornaliera fosse prevalentemente vegetariana, accompagnata talvolta da animali di piccola taglia e pesci. La caccia ai grossi mammiferi sarebbe invece stata una vera e propria azione sacra collettiva, ricorrente ciclicamente in seguito ad eventi stagionali. L’animale possente dalla cui disponibilità a farsi preda dipendeva la sopravvivenza nella stagione fredda dei gruppi umani diventò così anche il loro spirito protettore, il totem antenata/o da cui il gruppo riconosceva la sua discendenza. Ancora nel Neolitico, le rappresentazioni totemiche di animali raffigurano solo quelli selvatici, non quelli già addomesticati, di cui invece è attestato il consumo.

Le numerose statuette ritrovate negli insediamenti del Paleolitico non erano ritratti, rappresentazioni realistiche, quanto piuttosto dei simboli. Si tratta soprattutto di immagini femminili, mentre sono rarissime quelle maschili.

Signora del Corno, Laussel

La Signora del Corno di Laussel, Bordeaux, Francia (43 cm)

Possiamo leggere la Signora del Corno, ritrovata a Laussel, in Francia, e risalente a circa 25.000 anni fa, contemporaneamente come un’opera d’arte, una raffigurazione sacra e una prima testimonianza di conoscenza “scientifica”. Tra le più famose e antiche raffigurazioni dell’arte paleolitica, appare come metafora della forza generatrice che crea, protegge e ordina ogni manifestazione della vita. Con il braccio destro sollevato in alto sorregge un corno con tredici tacche, rappresentazione del primo calendario lunare, fatto di tredici luce, mentre l’altra mano sta appoggiata sul ventre, indicando “così in alto come in basso” (le mestruazioni avvengono in sintonia con il mese lunare di circa 28 giorni).
Questa immagine, posta all’entrata di una grotta, rappresenta una formidabile testimonianza artistico – scientifica dell’affermarsi di una sapienza nata dall’osservazione della ciclicità delle migrazioni e degli spostamenti di animali in terra e in cielo, che si accompagna ai cambiamenti del percorso del sole nel cielo diurno e alla conseguente durata del ciclo luce/buio, alla metamorfosi che subisce il mondo vegetale, al variare dei fenomeni atmosferici, come pioggia, vento, neve. A queste ciclicità si aggiunge l’incredibile metamorfosi che la luna attraversa ogni mese nel cielo notturno e la sua strabiliante corrispondenza con il sanguinamento dei corpi femminili, un sangue che non segnala la fuga della vita dal corpo ma il rinnovarsi della sua potenza generativa: ecco perché siamo davanti a un’opera che tra i suoi significati mostra la padronanza piena di un’elaborata forma di pensiero astratto.
Le Veneri steatopigie del Paleolitico, e poi le Potnie del neolitico, sono dunque simboli della promessa della vita che si rinnova, specchi della ciclicità naturale e celeste, promessa di abbondanza se si assecondano i ritmi della vita del cosmo. Esse non generano solo figli/e ma anche le regole per permettere la continuazione della creazione. Il passaggio successivo sarà quella della deificazione del femminile.

Lo sciamanesimo, nato in un simile contesto, si presenta come pratica “religiosa”, caratterizzata dalla interrelazione tra conoscenza, sacralità e azione magica. La sciamana/lo sciamano sono un ponte tra mondi contigui, dai confini labili e flessibili, siano essi umano e animale, visibile e invisibile, dei vivi e dei morti, della terra e del cielo. Per questa ragione erano rappresentati come figure umane/animali.

zeus

 

sciamani

 

Jane Ellen Harrison, analizzando la nascita della mitologia della Grecia antica, mette in luce un passaggio fondamentale per comprendere la cesura introdotta nella storia successiva: quello di Zeus l’Olimpico che, con il suo fulmine, pietrifica il daimon, ibrido tra umano e animale. Da quel momento in poi o sei uomo o sei bestia e tutte le potenti energie delle passioni e degli impulsi diventeranno statuette antropomorfizzate e personificate. Il suo atto finale, dopo aver ingoiato la “moglie” Themis – personificazione della sapienza femminile precedente – sarà quello di dare finalmente alla luce la Donna Nuova, Athena, nata dalla sua testa di uomo. Non più “dea” per genealogia materna.

Nel neolitico europeo, la struttura del Mondo di Sopra (il mondo dei vivi) si riflette nella struttura del Mondo di Sotto (il mondo dei morti). I villaggi, che possono ospitare fino a 15000 abitanti, sono per lo più lungo le sponde dei fiumi, privi di fortificazioni e di distinzioni tra case ricche e povere. Nelle case dei villaggi il focolare è il centro di tutto. E’ la donna che governa il fuoco, attorno al quale avviene la trasformazione dal crudo al cotto (di cibi come di utensili, le terrecotte). Accanto ai forni sono stati ritrovati i resti dei telai. A Catal Huyuk il maggior numero di statuette è stato trovato o vicino ai forni o sotto le piattaforme lungo le mura, dove i vivi sedevano e dormivano, e i morti speciali, come bimbi o giovani donne, riposavano in attesa di rinascere.
Non esistono differenze di rango nemmeno tra i sepolti. Gli unici segni di distinzione riguardano gli oggetti propri dell’attività della defunta/o, posti accanto al corpo, oltre a corna e ossa di vari animali, come cervi, cinghiali, cani e uccelli rapaci, e anche qui statuette femminili. Esistono sia tombe individuali – a forma di uovo, col corpo rannicchiato in forma fetale e ricoperto di ocra rossa – che comuni – a tumulo, a corridoio, a cortile, a utero, a forma di corpo femminile e megalitiche. Molto frequente è la sepoltura collettiva di famiglie allargate; le tombe collettive più grandi venivano usate in successione, a strati. Rimangono molte tracce di “doppia sepoltura” (scarnificazione a opera di uccelli rapaci e successiva raccolta delle ossa): in questo caso il teschio (talvolta rimodellato in gesso e con occhi occupati da conchiglie) era separato dal corpo e conservato lungo le pareti della tomba o in casa nelle fondamenta delle mura (Catal Huyuk).
Le maggiori dotazioni accompagnano le donne anziane (le madri del clan) e le giovani fanciulle, un bene prezioso per la discendenza e il mantenimento del clan. Gli uomini sono accompagnati da oggetti che testimoniano le loro attività artigianali o commerciali – spesso si tratta di conchiglie.
Nei casi in cui sono state fatte analisi genetiche sulle ossa ritrovate in un’unica sepoltura, siamo davanti a una straordinaria conferma alla struttura matrilineare delle odierne società matriarcali: si è infatti provata la consanguineità di tutti i sepolti, donne e uomini, con la donna più anziana, la capostipite e la madre del clan, posta in posizione di rilievo. Questo è il caso del tumulo di Lengyel, nella Polonia occidentale (4300 a.C.) e della sepoltura rinvenuta a Nordhausen, nella Germania centrale (3500 a.C.).

Luciana Percovich

Luciana Percovich