Una nota a margine dell’intervento di M.Odent, di Luciana Percovich

Templi  megalitici di Ggantija, Malta

                                                  Templi megalitici di Ggantija, Malta

Apprezzo da tempo tutto ciò che Michel Odent scrive e fa, per la sua costanza impegno e coraggio di andare controcorrente oltre che per il suo ininterrotto lavoro concreto a fianco delle partorienti onore a lui!

Odent è uno dei pochi che continua a lavorare su temi che abbiamo affrontato nel movimento delle donne tra gli anni Settanta e Ottanta.  Io stessa ho partorito con quello che allora chiamavamo metodo Leboyer, o parto non violento, in una piccola clinica a Ponte dell’Olio; l’idea dell’ospedale mi terrorizzava e insieme la rifiutavo per coerenza con quel che andavo sostenendo. Alcune amiche e compagne di ricerca, in quegli anni, hanno anche avuto il coraggio di tornare a fare i primi parti in casa, dopo che questa abitudine era stata cancellata, come una vergogna o un senso di arretratezza culturale.

Che un uomo e medico e ginecologo ostetrico sia in sintonia con le nostre intuizioni nel desolante presente in cui le donne sembra stiano definitivamente perdendo la primaria capacità di generare figli gli vale rispetto e ammirazione da parte mia/nostra. Così come il suo allargare la visione alla conseguenza di ciò che sta prendendo piede particolarmente in Italia, facendosi pratica miope e arrogante, come i cesarei indotti come prassi di parto normale o l’utilizzo dell’epidurale, passata dalla mutua.

E proprio per questo mi dispiace moltissimo e mi fa sentire molto a disagio quando sento Odent parlare e scrivere del Neolitico come del periodo in cui sarebbe iniziata la “tradizione” negativa attuale, epoca a cui far risalire la responsabilità della progressiva perdita di capacità di partorire naturalmente, contro cui lui combatte: verosimilmente un’inesattezza, in linea con alcuni stereotipi patriarcali/occidentali sulla storia remota.

Ci sono almeno quarant’anni di studi e ricerche e scoperte di studiose di varie discipline che hanno sfatato una visione che cancellava millenni di storia e di civiltà matrilineari e matrifocali.  Il  Paleolitico e il Neolitico (dal 25.000 al 3000 all’incirca) sono stati ere lunghissime in cui le culture cosiddette primitive svilupparono culture spesso raffinate, al cui centro stava proprio la sapienza delle madri, basata sulla conoscenza della ciclicità della natura, sulla  cura del mettere al mondo e accompagnare alla morte  e sulla ricerca di sintonia e equilibrio tra gli umani e gli altri regni naturali. I templi doppi di Malta sono probabilmente stati luoghi in cui si andava per partorire e per celebrare i defunti, e prima ancora, a Catal Huyuk, sono state riportate alla luce le stanze del parto, dalle pareti meravigliosamente affrescate, con scene di parto e la presenza di avvoltoi, a ricordare l’eterna ciclicità del divenire.

Erano manifestazioni della prima sapienza delle donne, condivisa e praticata insieme, protetta dallo sguardo e dalla presenza maschile, come ancora succede oggi in quelle molte parti del mondo dove si continua a partorire lontano dagli ospedali.

Solo con la fine di quelle civiltà pacifiche e che onoravano la vita in tutte le sue forme, fine che avvenne gradualmente con l’affermazione violenta delle nuove culture del dominio e dello sfruttamento sia delle donne che della natura, iniziò la storia dei padri in cui le donne persero progressivamente autonomia, conoscenze e possibilità di continuare a praticare il loro sapere, tra cui quello del mettere al mondo e accompagnare alla morte. Spossessamento, bisogno di controllo e cancellazione che non iniziarono insomma con le sedentarietà e con la scoperta dell’agricoltura, ma solo dopo qualche millennio, alla fine del Neolitico, nell’età del Bronzo, in Europa.

Il neolitico agricolo insomma, a conoscerlo più da vicino e fuori dagli stereotipi di genere, è ben diverso dalle attribuzioni di Odent e questo suo riproporre questa visione tradizionale finisce per rappresentare un punto di  fragilità nella sua costruzione.

E se è perfettamente umano non sapere tutto di tutto né con queste mie parole intendo fargliene una colpa, non posso non osservare che questa parte delle sue trattazioni, oltretutto non così essenziale al suo discorso, potrebbe essere lasciata in ombra oppure essere sostituita dalla considerazione che è con l’avvento della civiltà patriarcale occidentale che le donne hanno cominciato a perdere le conoscenze del parto, conoscenze essenziali, anche nel loro significato simbolico oltre che pratico, della sapienza delle madri che aveva governato millenni di storia dell’umanità.

La scienza moderna, infine, è nata proprio dal desiderio di poter fare a meno del femminile/sapienza della madri: è il sogno maschile finale, poter venire al mondo senza nessun debito verso una donna. Che nel presente sta facendo passi da gigante nell’affermarsi di capacità tecnologiche inimmaginabili che invadono ogni sfera della vita senza farsi carico di osservare o prevedere le conseguenze del loro dispiegamento e utilizzo cieco. In autunno uscirà un mio nuovo libro, Verso il Luogo delle Origini, in cui tratto in profondità di questi temi, perché prima di arrivare allo studio delle nostre Radici, uno dei miei sentieri è stato appunto la Via della Scienza.

Ringrazio ancora Michel Odent e Clara Scropetta per la loro ricca e vivace presenza al Convegno di Laima di Torino nel marzo scorso: queste sono le osservazioni che in quel momento non ho trovato il modo di esporre e che spero possano continuare un dialogo fecondo anche nel futuro, coinvolgendo più voci e più esperienze.

 

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